Alessandro Berteotti

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venerdì 21 novembre 2008

Una squadra di giovani

Da qualche tempo mi sono rimesso a gicoare a basket. L'ho fatto con l'intenzione iniziale di essere l'uomo di servizio di una squadra che si stava formando per la prima volta e che voleva provare a partecipare ad un torneo "serioso".
Da settembre ci siamo incontrati, in molti casi conosciuti, ed io dall'alto della mia non più verde età ho cominciato a rendermi conto di quanto potesse essere duro per me entrare in quel gruppo e rientrare nel mondo dello sport agonistico. Ho accettato la sfida, soprattutto con me stesso, ma soprattutto mi sono reso conto di quanto meravigliosi siano questi ragazzi.
Vi sono molte cose che ho sperimentato in questo periodo, e devo dire che molti preconcetti che mi ero fatto scopro ora essere perfettamente sbagliati. La differenza di età? Pesa a me, semmai, non a loro che hanno almeno 20 anni meno di me.
Il fatto di essere concretamente parte della squadra mi rende orgoglioso, ma più di questo sono orgoglioso il fatto che questi ragazzi abbiano una umanità ed una sensibilità eccezionale, tale per cui anche uno come me diventa parte del gruppo, non una appendice coreografica.
Certo, conosco i miei limiti, ma la competizione con me stesso cresce non perchè voglia essere tecnicamente come loro, ma perchè credo che il mio impegno sia il miglior modo per affermare una sintonia, una piena compatibilità umana.
Questi ragazzi mi hanno insegnato molto in poco tempo, coi loro sorrisi, con il loro modo di essere che, sorprendetemente per me, è speculare a come noi eravamo ragazzi alla loro età. E' solo che col passare del tempo si ritiene che tutto debba essere in linea con il nostro pensiero di quarantenni, cinquantenni, ottantenni... Ma lo spirito è lo stesso. Siamo noi "adulti" a credere che loro siano problematici, in realtà è vero il contrario: noi che dovremmo avere responsabilità verso di loro offriamo esempi torbidi di etica sociale, siamo perversi nei rapporti interpersonali e tendiamo a sottovalutare (se non proprio a soffocare) le potenzialità di questi giovani.
Come possiamo entrare in sintonia con loro se non facciamo in modo di capire come vivono, cosa li interessa e li appassiona, cosa pensano del mondo e del loro futuro?
Noi che vogliamo essere maestri, troppo spesso siamo cattivi insegnanti, con la nostra vita e la nostra testimonianza, anche quando abbiamo la convinzione che tutto sia a posto. Dovremmo invece cercare di essere un po' più umili e, in alcuni casi, imparare proprio da loro.
Per tutto questo dico grazie ai miei compagni di squadra e a chi ci ha permesso di realizzare questo.

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