Alessandro Berteotti

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Non ho verità da regalare, se però pensi che dica cose sensate, dillo ai tuoi amici!
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lunedì 2 agosto 2010

Bologna: 30 anni per non dimenticare

Due agosto 1980 e 500 post. Sembra una convergenza cosmica, forse solo un caso, senz'altro un po' pilotato da parte mia negli ultimi giorni. Ma è poi così importante? Non credo.
Anch'io ho un a piccola storia da raccontare su quel giorno. Inizia dalla mattina di sabato 2 agosto 1980, in caserma a Mantova, dove svolgevo il mio servizio militare di leva. Cosa che oggi non si fa più.
Ero andato a fare il mio solito servizio del sabato mattina, aprire il Comando dove lavoravo come dattilografo, poi alle 9.00 mi hanno dato un "permessino" (si chiamava così il permesso anticipato di uscita di 4 ore), che unito ad un più classico "36 ore" mi dava la possibilità di essere fuori fino alla domenica sera.
Avevo a disposizione la mitica Fiat 850 Special, con la quale abitualmente gestivo un pendolariato estremo, da Mantova a Busto Arsizio, sfruttando ogni libera uscita domenicale per unt ritorno, anche di poche ore, a casa, condividendo il percorso con alcuni amici di Milano e Saronno.
Ma quel giorno non sono partito subito per Busto Arsizio. Sono andato a Salò. Mmmhh, perchè? Perchè Paola, mia moglie, allora solo fidanzata, tornava dalla Gracia dopo una crociera, e la sua nave era attraccata al mattino al porto turistico di Venezia. Poi, con un pulmann, i croceristi avrebbero avuto modo di fermarsi sulla strada di ritorno ad un ristorante a Salò. Ed io ero lì ad aspettare che la mia felicità arrivasse.
Arrivai a Salò dunque intorno alle ore 11.00, quando ormai a Bologna il disastro era successo. Sulla macchina non avevo la radio, per cui non sapevo nulla dell'accaduto. Avevo solo voglia di vedere Paola, non prestavo attenzione nemmeno tanto a quanto accadeva intorno a me, a quello che si diceva. Eppure verso mezzogiorno ricordo che qualcuno stava commentando la notizia, appena passata alla televisione, sull'attentato alla stazione di Bologna.
I minuti non passavano mai, ma poi vidi Paola e per me il mondo poteva anche sparire, non ne avevo più bisogno. Eppure da quel momento mi chiedo e mi sono chiesto per trent'anni se quella felicità avrebbe potuto essere diversa se quel giorno, quello stesso giorno, non fosse avvenuta la strage di Bologna.
Quanto la nostra vita si intreccia con fatti che apparentemente non hanno nessuna relazione tra loro e con noi, ma poi scopri che la tua vita poteva, forse doveva essere diversa? E quanto poi lo sia stata, diversa, a seguito di quei fatti?
Un ragazzo di quasi 22 anni, militare di leva, forse non poteva cambiare il mondo, non poteva impedire che quella bomba scoppiasse, ma da quel giorno e per i 30 anni successivi quel ragazzo ha sentito sempre più forte il dovere di indignarsi, di combatttere l'omertà, di non girarsi dall'altra parte, di difendere i diritti umani e politici di ogni persona. Il diritto alla vita, il diritto alla libertà.
Come cittadino italiano credo che l'attentato di Bologna sia stato un punto intermedio di un piano di eversione che ancora accompagna la nostra nazione e che inizia dalla stessa fine della seconda guerra mondiale, forse anche da prima.
Da quando ho visto a Blu Notte la ricostruzione del gruppo OSS e della strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, avvenuta il 1 maggio 1947, attribuita a Salvatore Giuliano, tutto quanto da allora accaduto e reso noto poi nel tempo, con i fatti della Gladio, con le bombe che scoppiano sempre nel momento in cui fatti importanti accadono quasi a ricordare, ad intimidire, a voler cambiare il senso politico delle cose, un certo tipo di realtà ha iniziato ad essere abbastanza chiara per me.
Oggi non si buttano più le bombe in piazza perchè non c'è più il rischio comunista da combattere e a cui opporsi, ma chi ha imparato bene la lezione, la ripropone in modo diverso, adeguando la "strategia della tensione" ai fatti di attualità, con un panorama meno intenso e severo, ma ugualmente valido per raccogliere voti e consenso da chi è sempre pronto ad opporsi ad un nemico, che sia vero o immaginario poco importa.
Il bandito Giuliano, a cui venne attribuita la strage di Portella della Ginestra, è stato ucciso in circostanze misteriose dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, a sua volta misteriosamente assassinato in carcere con la stricnina 4 anni dopo, subito dopo aver dichiarato di voler rivelare i nomi dei veri mandanti della strage e come effettivamente andarono le cose.
Un fatto simile accadde ad un altro siciliano che aveva anche lui un rapporto con quegli avvenimenti. Il suo nome era Michele Sindona. Operò attivamente durante lo sbarco degli alleati in Sicilia, al punto da diventare membro della CIA e di avere poi ottenuto favori e riconoscimenti per questo, divenne noto banchiere e affarista, fu protagonista del caso Calvi e delle attività dello IOR, fino ad essere incarcerato a Voghera; venne ucciso in carcere nel 1986 con il cianuro, esattamente come Gaspare Pisciotta.
Potere e denaro sono un binomio indissolubile. Fatti apparentemente lontani diventano improvvisamente saldamente legati se si riesce a riannodare il filo della storia che li unisce. Piazza Fontana, l'Italicus, Ustica, la strage di Bologna, Piazza della Loggia a Brescia e tanti altri drammatici e spaventosi eventi della nostra storia di Paese democratico, liberale e civile rendono una terribile testimonianza di crudele cinismo e apparente collusione di alcune parti istituzionali con eventi che non furono mai chiariti forse perchè generati non da forze esterne ed estranee allo Stato, ma da parti che oggi definiamo "deviate", quasi a rassicurare il popolo che altro fu rispetto al volere legittimamente costituito.
Quasi inconsciamente da quel 2 agosto 1980 è nata in me la voglia di conoscere, di approfondire, quella che per me è la Storia, di capire la società in cui viviamo e di non accontentarmi di ciò che appare attraverso i media o che qualcuno tenta di addomesticare.
Alla luce di questi fatti noi dobbiamo guardare agli 85 morti di Bologna e di tutte le stragi come a dei martiri dello Stato, a cui dovrebbero essere resi tutti gli onori possibili da qualsiasi Governo che voglia davvero servire il Popolo e la Costituzione. Ritengo indegno il fatto odierno di non avere avuto rappresentanti dell'attuale Governo ad una manifestazione che, se negli anni precedenti ha manifestato la propria insofferenza nei confronti delle istituzioni, è stato per il fatto che esse non hanno mantenuto le promesse di chiarezza, di giustizia, di spiegazione dei fatti e di tutela delle vittime e della loro memoria.
Oggi possiamo affermare con certezza che l'opinione pubblica conosce di questi fatti solo ciò che è stato possibile conoscere nella versione ufficiale, cui ancora oggi il Segreto di Stato toglie buona parte della verità. E' forse venuto il momento che la Verità si manifesti: che chi sa parli, che chi Governa si prenda la responsabilità di togliere tutti i vincoli artatamente costituiti per mettere a tacere le coscienze e finalmente liberare da questo peso la memoria della nazione.

lunedì 7 giugno 2010

La sindrome di Enrico VII

Esiste un problema nella nostra società. Un problema atavico, forse connaturato nel nostro essere italiani, un po' creduloni, ma anche molto conservatori.
Non riusciamo a staccarci dalle abitudini, dai modi di essere e di vedere le cose, di pensare e di agire. Se iniziamo a mangiare un certo tipo di pasta, è difficile cambiare, così come per le auto.
Quanti di noi vanno in pizzeria convinti che "questa sera prendo un gusto speciale" e poi finisce con la più classica delle Quattro Stagioni?
Così anche nello sport, una volta che prendiamo a cuore una squadra inizia il tifo, e di conseguenza perdiamo obiettività e l'unica cosa che conta è che la nostra squadra vinca. Che lo meriti oppure no.
E dallo sport alla politica il passo è breve. Gli italiani si sono legati da sempre ad un partito, fin dall'inizio del secolo scorso: dapprima fu il fascismo, poi la Democrazia Cristiana e infine Forza Italia e il Popolo della Libertà. C'è chi trova in questo percorso perfino un filo comune, una sorta di continuità storica dovuta al fatto che alla fine della seconda guerra mondiale, la maggior parte di coloro che entrarono nella DC erano ex-fascisti, di nome o di fatto. Certo è che almeno per chi visse gli anni Trenta, essere fascista era un dato di fatto e il dissenso veniva duramente represso. Per cui, anche se non piaceva, anche solo per quieto vivere, ci si lasciava andare tra le braccia del Partito Unico.
Il passaggio più recente, dalla agonizzante DC a Forza Italia, fu uno dei capolavori politici del secolo scorso, che ha originato nel contempo uno strano connubio tra "il partito di plastica", come fu chiamato in origine Forza Italia, e l'Uomo Forte, Berlusconi, che negli atteggiamenti e nella sostanza ricorda molto colui che fu il capo del fascismo, Benito Mussolini.
Con lui è nato il leaderismo, il partito che porta il nome del suo esponente di spicco, il riconoscersi in una persona e non più in un ideale. Certo, dopo la caduta del Muro di Berlino e dell'ideale comunista, è stato oggettivamente più semplice portare avanti in tutte le sedi istituzionali e democratiche un pensiero revisionista e conservatore, ma addobbato in modo da sembrare riformista.
Di fatto, guardando alla realtà odierna, abbiamo che quasi tutti i partiti hanno scimmiottato questo modello, riportando nel logo anche di importanti partiti nazionali i nomi dei loro leader, come Casini per l'UDC, Fini con l'ultimo atto di AN o Di Pietro e la sua Italia dei Valori.
L'unico partito che fatica a trovare un leader pare proprio il PD, e questo suona quasi come una debolezza che lo condanna ad un incerto procedere nella politica nazionale.
In realtà questo potrebbe essere un significativo vantaggio, perchè un grande partito popolare deve essere in grado di esprimere anche diverse opinioni e tendenze, molti leader locali e nazionali, ma poi trovare un consistente punto di sintesi e di equilibrio. Nel PD, invece, tutto questo diventa occasione di scontro non mediato perchè molte delle "camere di compensazione" che dovrebbero contribuire a questo processo di sintesi, sono in realtà patrimonio di coloro che senza averla, ambiscono alla poltrona di segretario, ed il cui unico interesse è la gestione della surroga del potere. Non potendolo gestire in via diretta, impongono, frenano, omettono, sabotano.
Uomini e donne che sono passati attraverso almeno tre o quattro esperienze politiche diverse, cambiando nome di partito ma non ideale politico, certo; avendo però anche radici in antichi partiti che fino a 15/20 anni fa si combattevano duramente su fronti opposti e che solo l'arroganza della politica attuale li ha fatti incontrare, senza arrivare mai (purtroppo) a creare un nuovo e più ampio movimento di popolo, se non con il primo Ulivo.
La gente per credere definitivamente in questo partito nuovo vuole vedere un netto taglio col passato. Vuole vedere un unico intento politico, che non nasce solo dalla storia, che comunque non può essere rinnegata, ma che pensi nel presente con lo sguardo al futuro, con politici nuovi, con facce nuove, con giovani che progettino il loro futuro e non solo vecchi politici che pensano a mantenere benefici generazionali.
La società intera ha bisogno di una scossa profonda, perchè ormai cambiare non è solo una necessità, ma una priorità. Se vogliamo dare un futuro ai nostri figli dobbiamo aiutarli a diventare indipendenti, dobbiamo aver fiducia in loro, dobbiamo dare loro spazio e metterci con umiltà al loro servizio. Invece siamo solo in grado di chiudere loro le porte del lavoro, aumentando l'età pensionabile (che riduce ulterioriormente il numero di posti di lavoro a disposizione) o allungando le durate dei debiti pubblici, con prodotti come i derivati e la ricontrattazione dei mutui, così che i nostri figli fin d'ora saranno chiamati a pagare i debiti da noi contratti, grazie alle nostre incapacità.
I politici trentenni, quarantenni e soprattutto cinquantenni di oggi rischiano di fare come Edoardo VII, che divenne Re d'Inghilterra in età avanzata, dopo il lungo regno della Regina Vittoria: avviarsi verso una transizione rapida, per quanto illuminata.

giovedì 11 marzo 2010

Cose da non credere

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare."
Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a Mussolini...

sabato 23 maggio 2009

Ricordo di Falcone e Borsellino

Oggi è il giorno del ricordo di Giovanni Falcone, e con lui è impossibile dimenticarsi dell'amico Borsellino. La loro morte deve ricordarci ogni giorno che le mafie sono attorno a noi in moltissimi modi, non tutti visibili, ma ognuno di loro uccide la nostra libertà e con essa, la nostra vita.
Ricordiamo insieme a loro anche tutti i loro angeli custodi che non li hanno abbandonati nemmeno nel momento del sacrificio estremo.
Vi vogliamo bene.

domenica 26 aprile 2009

Una storia vera

Solo un pensiero sul 25 aprile, il giorno dopo: a distanza di 64 anni dalla fine della guerra, ci si ritrova a ricordare l'avvenimento con sempre meno testimoni diretti, mentre chi disprezza il ricordo di questo evento fa di tutto per mistificarne la portata. Ieri ho sentito ragionamenti del tipo: allora dovremmo ricordarci anche di festeggiare le guerre puniche, e credo che il riferimento sia al fatto che ricordando questa data facciamo riferimento ad un'epoca, il 1945, nella quale la gran parte delle persone che oggi fanno la società, non erano ancora nate.
Quasi a voler significare che tutto quello che è successo prima di noi, ciò di cui non abbiamo la conoscenza diretta, sia da mettere in forse, da ridiscutere alla luce dell'esperienza attuale. Credo che costoro non abbiano capito nulla della vita.
Anche ciò che vedono non è altro che una vetrina della vita, oggi ancor più amplificata dalla possibilità di vedere il mondo in diretta, dalle partite di calcio alla guerra in Afghanistan. Il mondo dentro casa, però, può essere anche l'ultima bugia di un mondo ammalato. Un mondo che non guarda più ai valori, che non aspira più ai grandi ideali, ma solo alla ricchezza, al benessere, al potere. Se questo significa cancellare i ricordi, gli errori, le catasatrofi epocali, va bene lo stesso.
Rinneghiamo allora anche l'olocausto, diciamo che dentro i forni crematori non sono mai passati milioni di ebrei, che quelli che sono morti e sono stati trovati nelle fosse dei campi di concentramento erano solo poche centinaia di poveracci che hanno subito la guerra come tanti...
Allora ringraziamo la memoria e la continua testimonianza di Angioletto Castiglioni e di quelli come lui, che ancora ci possono dire che le cose non sono andate così, che la verità era un'altra, che non serve cambiare la storia per migliorare il futuro.
Certe cose sono successe in Italia, la guerra con gli alleati finì il 24 luglio 1943 e da lì in poi è stata guerra di liberazione dai nazifascisti. Ch ha combattuto al fianco dei tedeschi è stato dalla parte sbagliata, come dice De Gregori nella canzone Salò. Oggi siamo con una democrazia abbastanza adulta da riconsocere queste cose senza ansia di vendetta, ma senza inventare una nuova verità.

martedì 27 gennaio 2009

Il giorno della memoria

Oggi tutto il mondo si mobilita per ricordare la Shoah, il grande olocausto degli ebrei. Anch'io voglio ricordarlo da questo piccolo e sperduto blog, perchè il dolore di milioni di persone è il dolore di tutti, il ricordo di quell'evento è un lutto per l'umanità.
In questo momento sono molto stupito della decisione del Papa di riabilitare i vescovi Lefebriani scissionisti, e in qualche modo mi addolora il constatare una certa linea restaurativa preconciliare in atto nella curia romana. Sono passati cinquant'anni anche da quell'annuncio di Papa Giovanni XXIII, e sembra proprio che la storia prenda ogni volta una traiettoria diversa, quasi a sfuggire alla verità per inoltrarsi nella nebbia dell'inganno, come a dire: ogni tempo ha la sua verità.
La Shoah è un fatto, storico, certo, come le camere a gas, checchè ne dica il sedicente vescovo Williamson: si vede che da piccolo deve avere studiato poco.
E deve essere anche particolarmente pigro: visto la sua vocazione tradizionalista, si potrebbe far accompagnare a Gerusalemme e visitare il Museo della Shoah, magari potrebbe farsi un'idea più precisa di cosa accadde in realtà.
Il Concilio Vaticano II ha aperto una strada alla riconciliazione tra cristiani ed ebrei, che Papa Giovanni Paolo II aveva portato ad un passo dall'essere realtà. Difficile non scorgere degli inquietanti scenari dietro questa rilettura della storia.

domenica 25 gennaio 2009

La rivoluzione economica prossima ventura

Ringrazio un amico che mi ha posto la domanda che mi permette di trattare l'argomento odierno. Essa suona così: parliamo di una grande trasformazione del sistema economico prossimo venturo, ma io non mi sono reso conto nemmeno di quello precedente...
Qui credo che la nostra zona possa meglio di altre spiegare quella che fu la trasformazione da sistema industriale a sistema consumistico. Fino alla fine degli anni '70 la nostra zona aveva un altissimo numero di operai ed impiegati occupati in aziende di produzione e trasformazione e relativamente pochi nel commercio e nella grande distribuzione, terziario e terziario avanzato, ovvero servizi alla persona.
Nel giro di pochi anni le grandi industrie hanno chiuso, sono sopravvissute solo piccole e pochissime medie industrie in tutto l'Altomilanese. Nello stesso tempo, sono cresciuti via via il numero di supermercati ed ipermercati, centri commerciali, agenzie di viaggio, palestre e fitness, negozi di ogni genere e per ogni genere di bene di consumo. Si parla di beni di largo consumo, di beni durevoli e via dicendo.
Molta della ricchezza prodotta oggi deriva dal commercio e dalla catena lunga del commercio. Cosa si intende per "catena lunga"? Il fatto che raramente abbiamo vendite dirette costituite da produttore - commerciante - cliente, ma il passaggio da produttore a cliente avviene attravereso due, tre e anche più passaggi. Per ognuno di questi passaggi abbiamo una entità di lavoro che deve essere retribuita e quindi incide sul costo del prodotto.
Nel settore industriale, invece, la crisi degli anni '80 ha provocato l'affinamento della catena produttiva, arrivando da una parte ad ottimizzare i cicli produttivi, introducendo l'automazione ed il concetto di qualità, certificazione e garanzia al consumatore. Dall'altra ha cercato di ottimizzare la catena della materia prima, creando centrali di acquisto per le materie prime e razionalizzando la logistica, fino al concetto di "just in time", ovvero di merce che arriva al reparto produttivo nelle quantità e nei tempi ottimali per la produzione, quasi senza necessità di magazzini per lo stoccaggio delle merci.
Questi due meccanismi si intersecano proprio nel lato occupazionale. Le forze di lavoro espulse trent'anni fa dai reparti produttivi hanno costituito gli elementi di valorizzazione del commercio e dei servizi. Oggi la contrazione del mercato crea problemi giganteschi a questo sistema, perchè l'affievolirsi della richiesta genererà un ritorno negativo su tutta questa catena, che perderà punti di vendita, che causeranno una contrazione dei distributori secondari, che ricadranno sui distributori primari o concessionari, che porteranno ad un calo delle vendite delle aziende e conseguentemente a minori quantitativi di prodotti e servizi acquistati e attraverso questi, di nuovo verso altre aziende dirette o terziste, fornitrici di materiali, servizi o personale indiretto.
Quando le aziende vanno sotto un certo limite di tolleranza e non dispongono di risorse proprie di autofinanziamento e laddove le banche non siano in grado di intervenire, le aziende chiudono o falliscono.
So che ho semplificato molto i concetti, ma credo che anche gli economisti più qualificati possano avallare questa spiegazione e semmai potranno contribuire a chiarire come intervenire e dove intervenire. La sollecitazione a non calare con i ritmi di consumo per non far collassare il sistema si dovrebbe coniugare con la certezza del reddito. In un clima abbondantemente pervaso dalla paura (e chi oggi predica ottimismo proprio ieri ne spargeva a piene mani), sarà molto difficile impedire che la crisi si approfondisca.
La questione è che ad essere colpite profondamente da questo stato di cose, che si è originato tra l'altro proprio dai grandi capitalismi, siano oggi proprio le banche, le uniche che in un sistema economico "sano" potrebbero fare qualcosa per salvare l'industria ed il commercio.
Sarà una dura e lunga lotta, dalla quale per forza di cose emergerà un nuovo sistema economico.

sabato 17 gennaio 2009

Il senso della libertà

Oggi è una giornata particolare, dedicata al ricordo. A quello dei deportati della Comerio, a cui ogni anno la città rende onore, ed insieme a loro ricorda tutti i caduti della seconda guerra mondiale e della lotta di liberazione. Le parole dell'oratore odierno non sono state da me udite, come spesso succede, perchè questo tipo di cerimonie evocano in me dei sentimenti di profondo dolore e non sono certo, se si arrivasse a toccare determianti temi, di riuscire a resistere all'emozione.
Sono cose molto personali, voglio solo sperare che, come successo in altre occasioni, la mia assenza non venga letta semplicemente come uno snobbare l'appuntamento, anzi.
In una giornata così, però, vengo anche a sapere che qualche scellerato ha imbrattato con scritte minatorie l'ufficio dell'ex onorevole Airaghi. Non è attraverso questi atti che si realizza la liberazione di un popolo, ma semplicemente si dà adito a pensare che i suoi sostenitori abbiano una matrice violenta e antidemocratica.
Ciò che unisce questi due fatti è la riflessione che la non violenza e la democrazia sono aspetti molto fragili della nostra epoca, che proprio per questi vanno difesi con decisione e fermezza: guai a pensare che ormai i fantasmi del passato possano essere scomparsi.
In Italia, la parola "Libertà", troppo spesso condimento di situazioni e idee che poco hanno in relazione con essa, ha bisongo di tornare ad essere patrimonio comune di tutti, non solo di alcuni. Per questo auguro ad Airaghi che ciò che ha dovuto subire sia solo un momento, un brutto momento, ma nulla più; che la solidarietà che potrà sentiere in queste e in tante altre parole possa aiutarlo a comprendere e perdonare.

lunedì 8 settembre 2008

L'8 settembre a Busto Arsizio: per non dimenticare

Da parecchi giorni le voci dell'armistizio erano insistenti. Si diceva che in Calabria le nostre truppe non combattevano più, erano state ritirate dalla prima linea ove ormai non c'erano che i tedeschi. Ma continuavano i ciechi bombardamenti dall'alto; la mattina dell'8 settembre centinaia di apparecchi sorvolarono Frascati e i Castelli romani facendo paurosa rovina. [...] Alle 19,45 di quel mercoledì 8 settembre il capo del governo maresciallo Badoglio annunciava alla radio con quella sua voce ruvida, di soldatone piemontese, che c'era l'armistizio fra le forze alleate angloamericane e le forze italiane. La gente fece capannelli nelle strade che già si abbuiavano, i passanti s'interrogavano l'un l'altro. "Cosa ha detto?" "E' vero che ha detto che siamo in guerra contro i tedeschi?" Presso Aragno un signore con barba e occhiali spiegava con precisione: "No, ha detto solo che le truppe italiane reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". "O, fa lo stesso - disse un uomo maturo - Vado a casa e metto in ordine il fucile". [...] La mattina del 9 settembre Roma si trovò avvolta dalla battaglia.
(da Paolo Monelli, "Roma 1943", Einaudi)

Domani, 9 settembre, ci sarà una conferenza stampa presso la sala Giunta del palazzo municipale per la presentazione delle manifestazioni organizzate per ricordare le vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York. Giusto.
Niente però sul 65.mo anniversario dell'armistizio, che nel contempo segnò, per l'Italia, l'inizio di una sanguinosa e dolorosissima guerra civile.
Facciamo memoria di un attentato che fece 3.000 morti 7 anni fa, non facciamo memoria dell'atto che significò la fine del Fascimo e del regime che per vent'anni tenne l'Italia in scacco, privata delle libertà democratiche e costretta a subire ogni sorta di atrocità e violenze.
Nei due anni di guerra civile, 1943-45, vi furono circa 100.000 morti tra i militari della Repubblica Sociale e almeno 80.000 tra i partigiani; quei due anni furono teatro di disumana violenza, come solo la guerra sa fare, con stragi di civili tra le più violente che la storia ricordi, come Marzabotto (1836 civili uccisi da tedeschi e repubblichini), Sant'Anna di Stazzema (oltre 500, tra cui decine di bambini), ma anche la deportazione di 600.000 nostri militari, o anche gli eccidi come nell’isola di Cefalonia (Grecia) la divisione Acqui non cede le armi alle SS naziste: 10.600 militari italiani vengono uccisi.
Se la nostra Amministrazione comunale non vuole ricordare questi fatti, chiedo scusa io, a titolo personale, a tutti coloro che ancora ricordano questi avvenimenti per averli vissuti, ed il fatto che loro siano sempre meno rende responsabili noi e le future generazioni, che non abbiamo dovuto sopportare queste terribili prove, al ricordo ed all'impegno perchè la stupidità umana non ripeta simili errori. Mai più.

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