Alessandro Berteotti

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martedì 27 dicembre 2011

Il sogno della pensione

Oggi è il mio compleanno e ringrazio tutti coloro che si sono ricordati di farmi gli auguri. Oggi, per chi non lo sapesse, compio 53 anni. Un'età che ormai non saprei come definire, se una tarda giovinezza o una vecchiaia ad uno stadio molto embrionale.
Questo perchè ormai si resta giovani per decreto, come anni fa l'acqua inquinata a causa dell'atrazina ritornò potabile per decreto. Ma qualche volta i conti non tornano. Cosa voglio dire? Semplice. Ho cominciato a lavorare nel 1981 a meno di 23 anni, e da poco ho compiuto i 30 anni effettivi di lavoro. Prima ho fatto anche il mio regolare anno di militare, alla mia epoca obbligatorio, e pertanto valido come anno figurativo per la pensione.
Se lo avessi riscattato appena fossi andato al lavoro, ora avrei 31 anni effettivi di lavoro e, per le regole vigenti al momento in cui iniziai la mia carriera di lavoro, oggi avrei meno di 4 anni prima di potere fare domanda di pensione. Mio padre alla mia stessa età vi andò con 38 anni di contribuiti a fronte di oltre 40 lavorati: almeno tre anni gli furono "rubati" in quanto l'allora datore di lavoro non gli versò i contributi. Ma nell'immediato dopoguerra questo era quasi normale.
Con la riforma delle pensioni voluta da Dini nel 1996, coloro che non aveva maturato almeno 17 anni di lavoro furono passati al nuovo sistema di calcolo della pensione basato sul criterio retributivo, mentre prima era contributivo, e si introducevano i vari sistemi di calcolo eta lavorativa + età effettiva con sommatoria che nel tempo tendeva a crescere, 94, 95, 96 ... verso i 100. Io mi sentivo discriminato perchè, conti alla mano, passavo al nuovo sistema per circa sei mesi di anzianità.
Saltando tutte le variazioni introdotte sul tema, come ad esempio lo scalone Maroni, siamo arrivati bellamente ai 65/67 anni di età e non meno di 41/43 anni di anzianità lavorativa dell'attuale decreto di questo ultimo Governo. Di conseguenza, secondo i calcoli che mi vengono proposti in automatico da alcuni siti, la data più probabile per il mio possibile pensionamento sarà il 2024, quindi tra tredici anni. Almeno nove in più di quanto previsto ad inizio carriera, e sempre sperando che non vengano introdotte altre novità peggiorative di questa situazione.
Ora, io vorrei capire una cosa: perchè la nostra fascia di età, parlo dei nati nel decennio che va dal 1952 al 1961, deve farsi completamente carico di questa situazione? Lo scivolamento della pensione per qualcuno è una tragica burla che si perpetra da quasi dieci anni: si arriva ad un passo dal maturare i diritti, ed ecco che con un bel decreto ti scippano e ti allungano gli anni di lavoro.
Ma alle aziende, chi lo dice che adesso si ritrovano delle persone che sono anziane per l'esperienza aziendale, ma ancora giovani, nel senso che hanno davanti ancora 15 e più anni di lavoro? A me venne detto una decina d'anni fa che la mia azienda non poteva fare calcoli di carriera per me perchè ormai ero prossimo alla fascia di età che rientra nella posizione pensionabile. Capite? Allora avrei avuto sulle spalle ancora quasi 25 anni di lavoro, eppure non mi era possibile sperare in una possibilità di carriera.
Ai signori sindacalisti e a coloro che nel Governo hanno ora determinato questa situazione faccio una proposta: aumentate di un congruo numero gli scatti di anzianità possibili, da tre a cinque. Se questo non lo farete subito, con ricalcolo dell'anzianità effettiva già maturata, non sarà possibile riequilibrare la delicata situazione economica che si viene a determinare a seguito di questo intervento.
Il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi dei paesi occidentali, peccato che quasi tutto il lavoro manufatturiero sia stato esportato e delegato ai paesi come India, Cina, Brasile, Est Europa. 
Ma anche questi mercati sono in fermento e presto ci saranno rivendicazioni salariali e richiesta di aumenti, lieviteranno i costi di produzione noi non ci saremo per riprenderci quella parte di lavoro che necessita per poter andare avanti in queste condizioni.
Il lavoro serve qui, e alle condizioni necessarie per portare le persone a maturare quella pensione che finora ci ha permesso solo di poter assicurare il trattamento pensionistico ai nostri genitori.
Per noi, con i figli a cui non è dato spazio per entrare nel mondo del lavoro, la pensione assomiglia sempre più ad una chimera, ad un sogno che è passato davanti a noi da giovani, ci ha accompagnati nella maturità, ma adesso ci abbandona senza speranza, ci tradisce per una nuova giovinezza lavorativa ed anagrafica. Avremo anche diritto ad avere qualche indennizzo per tutto questo?

mercoledì 26 ottobre 2011

Non si gioca con la famiglia

Mi ha fatto una certa impressione notare questa mattina, tra giornali e giornalini distribuiti, il numero di annunci da parte dei Ministeri e del Governo, di misure "a favore della famiglia", dagli aiuti alle giovani coppie per trovare credito garantito dallo Stato, all'assegno per il piccolo nato.
A parte che se andiamo poi a vedere nello specifico come funzioneranno queste cose, ci si dovrà ricredere circa le capacità di queste iniziative di riuscire a dare una svolta reale nelle varie situazioni familiari, anche quelle dove sarà possibile applicare questi interventi, e non lo dico per puro spirito polemico, ma per una ragione ben specifica: manca un piano di riforma globale sulle attività a favore della famiglia, in particolare in un contesto di crisi come quello attuale. Siamo a singoli punti di intervento staccati l'uno dall'altro, simbolo e sintomo di una frammentazione del problema e di una incapacità globale di riuscire ad incidere davvero sui problemi delle famiglie.
Non è un mistero che con l'aumento dell'età pensionabile (tema del giorno) si stanno creando ostacoli ulteriori all'entrata nel mondo del lavoro per i giovani, che sono oltretutto vessati in modo indegno da situazioni di lavoro precario o provvisorio, una volta tipicamente della scuola, ora praticato ovunque.
Manca quindi una vera e profonda riforma del Lavoro, iniziata da Treu, ma poi mai conclusa e non solo a causa dell'omicidio di Marco Biagi. La "pezza Maroni" al tempo in cui era ministro del Welfare è stata peggio del buco...
Manca poi una riforma Fiscale in grado di garantire un reddito minimo ed una tassazione comparata alle fasce che si ritiene più deboli, effettuando una reale ridistribuzione della ricchezza che questo Governo, come i precedenti a marchio Berlusconi, hanno impedito privilegiando pochi a scapito di tutti.
Manca ancora una riforma del sistema del Credito e delle Banche che possono assistere tutti i casi di necessità, in accordo con una riforma dello Stato Sociale e con le altre riforme (Lavoro e Fisco) dette sopra.
Impossibile da farsi? Forse. Certamente non con questo Governo e non con questa maggioranza. Ma sarà necessario affrontare questi temi con serietà e responsabilità, se si vorrà assicurare un futuro ai nostri figli e garantire una serena vecchiaia ai nostri padri.

martedì 20 luglio 2010

Una mamma contro la Gelmini

Non occorre avere una laurea in pedagogia per capire che il periodo di tempo riservato alle mamme lavoratrici, chiamato “astenisone obbligatoria post partum”, retribuito per i primi mesi, non sia un privilegio ma un diritto inalienabile , obbligatorio e previsto dalla legge.
Questo il senso delle prime parole con cui una donna, mamma e pedagoga, ha iniziato una lettera aperta al ministro Gelmini per confutare la tesi di questa, che aveva dichiarato di aver sospeso solo per pochi giorni la propria attività istituzionale dopo il parto e definendo di conseguenza un “privilegio” l’astensione che spetta invece al resto delle mamme lavoratrici.
La lettera mi ha colpito particolarmente, e prima di me aveva già colpito migliaia di persone che hanno avuto modo di leggerla e commentarla, per la serietà delle argomentazioni e per la fiera difesa dei diritti delle mamme e delle donne in generale.
Mia moglie non lavora, ma ha avuto tre figli, ed ho potuto apprezzare (senza oneri né per lo Stato né per l’eventuale datore di lavoro di mia moglie) come questi periodi siano stati particolarmente intensi dal punto di vista emotivo, sia mio che suo.
Ritengo, da maschio che non partorisce, ma segue tutta l’evoluzione del figlio dal concepimento a quando termina lo svezzamento, che sono tantissime le cose che accadono dentro la vita di una famiglia, determinate dalla nascita di un figlio.
Dagli stravolgimenti delle abitudini, dei tempi (soprattutto del riposo notturno), degli equilibri psicologici e di coppia, ma soprattutto di quanto sia intenso il legame fra madre e figlio in quel periodo.
Afferma in proposito Rosalinda Gianguzzi, autrice della lettera: “Basta guardare il regno animale per rendersi conto come le femmine di tutte le specie non si allontanano dai cuccioli e dedicano loro attenzione massima e cura FINO ALLO SVEZZAMENTO Non è una legge specifica relativa agli umani, ma della natura tutta. Procreare, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta di vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, A MAGGIOR RAGIONE CAMBIA LA VITA DI UNA DONNA”.
Ora, il ministro Gelmini, donna, può decidere che per lei sia più importante la sua carriera politica che la vita da madre, ma ciò non implica che lei abbia il diritto di dettare regole di vita e comportamentali a tutto il genere femminile.
Ed un altro passaggio intenso è dedicato proprio alla famiglia: “Sbaglia chi crede che l'arrivo di un figlio, non comporti cambiamenti nella propria vita. Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da togliersi, ma una scelta di servizio, di dono di se stessi e anche del proprio tempo. Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che dobbiamo cambiarla per renderla a loro misura. Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza autostima e con poca sicurezza di sé. Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data abbastanza nel momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi mesi di vita. L'idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad esempio tra un seno materno e un biberon della tata, è solo nostra. Ciò non vuol certo dire che tutti bambini allattati artificialmente o che tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei disadattati. Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene, come quando in gravidanza assumevamo l'acido folico, per prevenire la "spina bifida".
Ora mi chiedo: a che pro la Gemini ha potuto fare un’uscita di questo tenore? Per procacciarsi l’attenzione dei media, per dimostrare di essere capace di intendere al proprio compito pur avendo una famiglia da tirare avanti? Mi auguro e le auguro intensamente che lo abbia fatto soprattutto per questo secondo motivo, più di modo che di contenuto, altrimenti dovremo seriamente porre il problema di quanto possano valere le lotte di emancipazione delle donne, tese al riconoscimento dei loro diritti sociali ed economici.
Ma certo, di fronte ad una società che usa del corpo femminile in ogni contesto, per pubblicizzare un cemento edile, ad esempio, o di qualsiasi altro tipo che pure abbia come ricettore finale un uomo, o quel che ne resta, dobbiamo seriamente porci anche il problema dell’uso dell’immagine femminile.
E dovremo anche imparare ad avere una diversa dipendenza dal denaro, perché se una donna butta alle ortiche la propria femminilità, il proprio corpo, la propria maternità, questo ha un nome che riconduce alla professione più antica del mondo.
Chiudo ancora con le parole di Rosalinda (alla fine mi sembra di essere diventato un po’ suo amico): “Si dovrebbe impegnare signor ministro di più nell'analisi dei problemi, per evitare valutazioni errate e posizioni dannose per lei, per gli altri e per il Paese. Perché forse qualcuno potrebbe aver pensato che tutto sommato il suo era un ministero poco importante, che se guidato da un giovane ministro senza competenze specifiche, "non poteva arrecare grossi danni", soprattutto obbedendo ciecamente ai dettami del Tesoro, ma lei con la sua presunzione di voler parlare di cose che non conosce, sta contribuendo a minare il futuro di un'intera generazione. Un'ultima cosa, lei che di privilegi se ne intende bene, essendo un politico, la usi con maggiore pudore questa parola”.

mercoledì 17 febbraio 2010

Privato o pubblico

Nei precedenti post ho trattato di come sia cambiato il lavoro negli ultimi 40 anni, e prendo a riferimento proprio lo statuto dei lavoratori del 1971, della difficoltà nel giudicare il lavoro svolto ed attribuire il giusto riconoscimento.
A questo proposito, vorrei aggiungere una nota alle ormai famose dichiarazioni del Ministro Brunetta in merito al lavoro pubblico: credo che chi oggi lavora nel settore pubblico sia perfettamente comparabile a chi opera nel settore privato. La produttività è misurabile e spesso è superiore alle aspettative. Ad essere inadeguati invece sono certi burocrati, passacarte e tirapiedi che sono più vicini all'area dirigenziale o di conduzione politica della pubblica amministrazione, che non i singoli operatori di più basso livello.
Il Ministro Brunetta ha già dato ampia testimonianza della frase: "Fate quel che dico, non fate quel che faccio"; è il miglior testimonial che le sue parole andrebbero rivolte a chi dirige, piuttosto che a chi opera. E vorrei fare qualche esempio, che tutti ben conoscono: nomi come Cimoli o Catania, che hanno fatto letteralmente dei disastri in Alitalia e in FS/Trenitalia, sono stati coperti di denaro al momento di lasciare il loro incarico, invece di essere chiamati a riparare economicamente i danni che con la loro azione avevano causato alle aziende.
Questa disparità di trattamento, non solo economico, ma anche nel merito delle responsabilità, lascia davvero esterrefatti e rafforzano la percezione che Brunetta abbia voluto, in linea con il suo Governo, fare una facile propaganda populista, legata più ad uno vecchio modo di percepire il lavoro pubblico che ad affrontare i reali problemi di chi opera in questo settore.
In realtà, oggi si resta sconcertati di fronte al diverso modo di operare anche tra realtà vicine, se non prossime. Per fare un esempio sulla nostra pelle locale, una pratica edilizia che a Busto Arsizio richiede tre-sei mesi di tempo per essere istruita, a Legnano o Gallarate viene evasa in tempi molto più veloci, e questo è in buona parte dovuto al fatto che il personale di queste città sa quello che deve fare, mentre quello di Busto Arsizio ha un notevole arretrato di formazione. Tale arretrato diventa profondo ai livelli di maggiore responsabilità, frutto sia dell'assenza di formazione specifica, sia del sistema clientelare che ha regolato per anni gli avanzamenti all'interno dell'amministrazione di Busto Arsizio.
Ciò è reso pubblico dall'esperienza vissuta e documentata dall'ispezione della Corte dei Conti, che è più devastante per i giudizi espressi nel merito del lavoro svolto che non per le sanzioni comminate, pure rese note dai giornali con grande clamore. Questo era ed è il vero problema innescato da quella vicenda che, ancora oggi, mette a nudo in questa città, in molti settori, l'aver attribuito incarichi di responsabilità a persone che ora non sanno più che pesci pigliare per non ricadere nelle ire della Corte.
Quella vicenda tanto terribile per la nostra realtà è, in verità, emblematica di una realtà più vasta e diffusa, a cui il Ministro Brunetta farebbe bene a prestare maggiore attenzione prima di formulare i suoi irosi commenti!

venerdì 12 febbraio 2010

La fragilità del giudizio

Cercando di continuare il discorso sul lavoro, arriviamo al punto in cui solitamente una volta l'anno, un lavoratore dipendente arriva ed è quello della verifica col capo.
Il problema si pone per tutte quelle figure che hanno un lavoro difficile da valutare, qualitativamente e quantitativamente. Ad esempio, se fossimo di fronte ad un cottimista, potremmo facilmente contare quanti pezzi ha fatto e come li ha fatti, da cui determinare l'affidabilità del soggetto.
Ma quando questo accade in un'azienda dove esiste un sistema piramidale a più livelli, parliamo di almeno un'azienda con 200 dipendenti e più, il sistema di valutazione diventa difficile e talvolta complicato, soprattutto quando si cerca di renderlo trasparente.
Uno dei sistemi più in voga si rifà ad una sigla inglese, MBO (management by objectives, gestire attraverso obiettivi): sembrerebbe semplice e trasparente, ma non è così. In sostanza, si tratta di assegnare obiettivi raggiungibili, misurabili e definiti per valutare la produttività di un dipendente. Peccato che ogni tanto il valutatore non sia in grado di fare questo lavoro ed il suo metro si discosti terribilmente dal percepito del lavoratore, oppure viceversa.
E' quanto mai difficile creare delle situazioni neutre di giudizio che permettano di poter confrontare serenamente la questione, per cui alla fine almeno una delle parti (non necessariamente il dipendente) avrà la sensazione che la valutazione non sia stata corretta.
Dal sistema di valutazione dipende la carriera del lavoratore dipendente; trovare ostilità da parte di un capo potrebbe voler dire non riuscire più ad avanzare in carriera, creando frustrazione e situazioni di involuzione psicologica. D'altra parte, ci possono essere persone disposte a tutti i compromessi del mondo pur di mantenere o migliorare la propria posizione.
Pubblico o privato, non fa molta differenza. La giustizia è un'arte difficile da amministrare, figurarsi quando a giudicare sono persone assolutamente prive di ogni equilibrio o troppo esposte emotivamente nei confronti del giudicato. Una volta era il "padrone" a decidere chi prendeva l'aumento e chi veniva licenziato, chi veniva promosso e chi non avrebbe presso un ghello.
Un sistema profondamente ingiusto, ma incontestabile.

lunedì 1 febbraio 2010

Un lavoro che soffoca

Mi spiace riprendere questo interessantissimo discorso dopo una settimana: i temi che ho in mente vorrei riuscirli a sviluppare in molto meno tempo, ma purtroppo per mangiare occorre proprio lavorare e questo spesso non lascia tempo per altre cose, seppur interessanti e propositive.
Proprio in questi giorni ho potuto riflettere su di un aspetto del lavoro, che è la sua trasformazione durante questi ultimi 20 anni. Come dicevamo la volta scorsa, il lavoro si è trasformato, c'è meno mano d'opera grezza e più aspetti tecnici anche nelle attività manuali. Non è infatti strano trovare che nelle fabbriche produttive siano presenti in reparto giovani e meno giovani diplomati, spesso periti e qualche volta anche giovani laureati che stanno facendo tirocinio.
Qualche volta mi è capitato di trovare anche laureati che erano in fabbrica come operai oramai da diverso tempo, oltre quello previsto contrattualmente per il passaggio ad altre mansioni: talora era una scelta personale per l'attaccamento che provano al loro reparto e alle persone che vi lavorano.
Ma anche tra gli impiegati cosiddetti "di concetto" le cose sono cambiate. L'entrata in gioco di computer portatili, di linee di collegamento veloci, e soprattutto l'utilizzo diffuso dei cellulari ha reso più stretto e continuo il legame tra certe figure professionali interne all'azienda.
Alcune funzioni che temporalmente richiedono una copertura continua, anche remota, vengono ora svolte con queste apparecchiature; oppure, se anche un dipendente esce dall'ufficio alla solita ora, può essere contattato facilmente via cellulare e se questo ha un computer, può collegarsi anche da casa per prestare la sua opera.
Tutto questo spesso non è retribuito, ed aumenta notevolmente il monte ore di chi opera o offre supporto in questi termini. Ma in queste condizioni diventa difficile anche una trattativa: si accetta perchè non ci si può rifiutare o perchè si vede la possibilità di utilizzare parzialmente questi beni anche a proprio vantaggio, ma non è mai così.
Il cellulare diventa una sorta di giunzaglio che arriva fino al vostro orecchio e il computer è la vostra scrivania che vi segue talvolta anche in vacanza. La vostra vita è sconvolta, diventa difficile riuscire a gestire questi rapporti senza entrare in una sorta di esaurimento nervoso, dovuto alla necessità di conciliare in modo completamente nuovo e non sempre sereno le proprie esigenze familiari.
In questi casi, il lavoro può soffocare i rapporti familiari e perfino causare seri danni al proprio equilibrio psicofisico, se non uccidere.
Ma noi ci accorgiamo di queste cose? Ovviamente stiamo parlando di lavoratori dipendenti, che però vedono il loro lavoro trasformato sempre più in un approccio di tipo "professional", cioè di alto profilo per quanto riguarda le conoscenze specifiche, fino a diventare quasi consulenziale.
Ricordiamoci di questo aspetto più avanti, quando parlerò di fiscalità, perchè credo che potrà essere un anello di congiunzione tra la mia visione delle cose e quello che accade ora.
Non scordiamo però che il libero professionista sceglie liberamente di porre al servizio degli altri le proprie conoscenze e abilità, ricavandone un compenso adeguato, mentre il lavoratore dipendente non lavora per se ma per l'azienda, che spesso non gli riconosce nemmeno i meriti e le qualità che gli dovrebbero spettare. E di questo parlerò la prossima volta.

domenica 24 gennaio 2010

Il lavoro che cambia

Il 2009 è un anno molto difficile per il lavoro: pochi giorni fa l’Istat ha pubblicato i dati sulla disoccupazione: 7,4 per cento. I dati sono riferiti al secondo semestre 2009 ed hanno visto un netto peggioramento rispetto allo stesso periodo del 2008, in cui la percentuale dei senza lavoro era il 6,7.
Nel terzo trimestre del 2009, ma c’era da aspettarselo, il numero dei disoccupati nel nostro Paese è aumentato; a fornire la stima ufficiale in merito è l’Istat, Istituto Nazionale di Statistica, che ha rilevato per il terzo quarto di quest’anno un calo delle forze lavoro di 222 mila unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Pesante è il bilancio su base annua, visto che i posti di lavoro persi superano quota 500 mila; per l’esattezza, sono 508 mila, frutto della contrazione sia dei dipendenti a tempo indeterminato, sia dei collaboratori e lavoratori autonomi. Contestualmente, sale il numero di persone alla ricerca di un lavoro: nel terzo trimestre 2009 sono infatti pari a 1,814 milioni con un incremento del 18,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Per il 2010, accanto alla “timida ripresa” di cui ogni tanto parla il Governo, è previsto un continuo aumento della disoccupazione che potrebbe innescare tensioni sociali significative.
Intanto cambia anche il rapporto tra operai e impiegati: se fino alla metà degli anni '70 i primi erano numericamente 3 su 5 rispetto ai secondi, ora il rapporto si è più che invertito: gli impiegati sono molti di più degli operai.
Eppure anche questa tendenza di lungo termine, sembra avere dinamiche interne più complesse: negli ultimi tre/quattro anni è aumentata l'occupazione meno qualificata spinta dagli immigrati e tra i colletti bianchi prevale l'occupazione femminile (+4,2% su base biennale) nelle professioni tecniche e manageriali.
Tutte queste cose hanno una grande importanza per disegnare l'esatto quadro della socialità in generale e capire come alcune di questi fattori possa incidere verso molti altri, dai consumi alla sicurezza, dalla sanità al commercio e perfino sulle politiche scolastiche.
Ora, nel giugno 2009 il Ministro del TesoroGiulio Tremonti – usò parole delegittimanti nei confronti dell’istituto nazionale (Istat) e del sistema di rivelazioni utilizzato. Motivo dell’attacco, a cui si affiancarono Scajola (ministro dello Sviluppo Economico) e Sacconi (ministro del Lavoro), furono i dati sulla diminuzione dell’occupazione dopo 14 anni, secondo il ministro non corrispondenti della realtà.
Bene guardatevi attorno e rispondete voi a questa domanda: vi è più o meno disoccupazione, precarietà, cassa integrazione, malessere sociale rispetto ad un paio di anni fa, oppure no?
Soprattutto in momenti come questi l’affidabilità, l’imparzialità e l’accessibilità delle rilevazioni statistiche sono di fondamentale importanza per un sistema d’informazione democratico.
Ora, non so quanta gente lo sappia, dallo scorso mese di ottobre, anche grazie alle velleitarie accuse di questi ministri, L’Ente Nazionale di Statistica ISTAT, istituto pubblico, collaborerà con l’Ipsos, l’istituto di ricerche privato di Nando Pagnoncelli, per la raccolta dei dati sulla forza lavoro in Italia. Praticamente la rilevazione dei numeri sarà compito dell’ente privato mentre l’elaborazione e pubblicazione dei dati resterà affidata all’Istat.
La fiducia nelle istituzioni è alla base della vita di un paese democratico e, piaccia o non piaccia, avere dati freschi e veri sull'andamento dei vari organi della Nazione è di fondamentale importanza anche per chi governa, oltre che per tutte le categorie sociali che di questi dati sono utenti. Perchè il lavoro cambia, cambiano i modelli di partecipazione ma non cambiano le dinamiche economiche e fiscali collegate al lavoro.
Da questo parte la mia riflessione di approfondimento.

venerdì 26 giugno 2009

E pensare che Bennato l'aveva detto

Torno ancora una volta sul fenomeno Berlusconi non per morbosa curiosità, ma per mettere in luce lo stridente contrasto tra lui e la realtà e tra lui e i leader veri della politica.
«Io non cambio, gli italiani mi vogliono così. Ho un gradimento del 61%. Mi vogliono così perchè sentono che sono buono, sincero, generoso, leale, che mantengo le promesse».
E' evidente che la gente queste cose non le dice e, soprattutto, non le pensa. Sono pochi coloro che amano veramente e disinteressatamente Berlusconi per la sua persona; chi lo vota lo fa per altre ragioni, in massima parte legate ad interessi di tipo personalistico o economico.
La cosa che mi lascia stupefatto nelle affermazioni del Premier è l'assoluta mancanza di analisi politica, della situazione del Paese, della crisi economica, della situazione dell'imprenditoria, dell'industria, del mondo del lavoro e, non da ultimo, della situazione politica internazionale con casi come quello dell'Iran e della Corea del Nord che preoccupano il mondo. Nemmeno una parola.
Va a preparare un G8 che potrebbe essere difficile col sorriso sulle labbra e rilasciando interviste sul proprio recente passato da supposto mandrillo, con una veemenza nella difesa che richiama il vecchio detto latino: "Escusatio non petita, accusatio manifesta".
Eppure tutti gli indicatori sociali ed economici continuano a dare segnali inquietanti, ma su questi si stende (da parte di tutto il Governo) un pietoso velo di silenzio.
Il deficit che si incrementa dell'1% al mese, il PIL in calo tra il 3 ed il 5% su base annua ci dovrebbero fare intravvedere una situazione da Terzo Mondo. Prosegue il calo dell’occupazione ad aprile. L’indice generale nelle grandi imprese è sceso dello 0,4% su base congiunturale al netto della cassa integrazione guadagni mentre è diminuito del 4,1% su base tendenziale, la flessione maggiore almeno da gennaio 2001, quando inizia la serie storica. Lo comunica l’Istat. Al lordo della cig si registra invece una flessione dello 0,1% si base mensile e dell’1,3% su base annua. Da gennaio ad aprile 2009, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, la variazione è stata negativa del 3,3% al netto della cig e dell’1,1% al lordo.
Questi sono dati, non parole vane, non atteggiamenti o vagheggiamenti.
C'è una canzone di Edoardo Bennato che si intitola E-A-A, appartiene alla sua prima produzione e sta nell'album "Io che non sono l'imperatore"; concludo riportandone le parole, per una riflessione che vorrei seria da parte di tutti gli italiani.
EAA ma come andiamo forte
eaa ormai nessuno ci può fermar
EAA giù per la discesa
eaa ormai nessuno ci può fermar
EAA dritti verso il burrone
eaa ormai nessuno ci può fermar
EAA ho parlato col conducentee mi ha detto in un orecchio
che ha i freni rotti e che non vanno più
EAA mi hanno detto che non è sua la colpa
ma che lui farà il suo dovere fino in fondo
e poi si vedrà
EAA giù per la discesa, dritti verso il burrone
ormai nessuno ci può fermar
EAA mi sono distratto per un momento
e il conducente ha premuto un bottone
e si è catapultato giù.
EAA ma chi se lo aspettava
che era un pullman così attrezzato
che quello si catapultava giù
EAA gli altri continuano a intonare cori
non si sono ancora accorti di niente
e continuano a cantar
EAA vorrei prendere io in mano il volante
però poi ripensandoci bene
ma chi me lo fa far
EAA qui le cose si mettono male
quasi quasi premo anch'io quel bottone
e mi catapulto giù
EAA ma come vanno forte
non si sono ancora accorti di niente
e continuano a cantar
(quelli che cantano adesso siamo noi....)

venerdì 1 maggio 2009

Il lavoro può cambiarti

Una volta mi piaceva guardare i film di Fantozzi: quando sono usciti ero un ragazzo e quello che vedevo mi sembrava talmente grottesco che mi divertiva tutta quella esagerazione.
Oggi non li guardo più, non mi diverto più a guardare una cosa che era ed è vera. Quelle esagerazioni adolescenziali sono diventate la realtà quotidiana: dalla lotta col mezzo che ti deve portare al posto di lavoro, al capo che impone le sue idee e, quando vanno bene il merito è suo, quando vanno male la colpa è tua.
Da capo ho cercato di non prendere mai questi atteggiamenti, il risultato è stato che il mio capo (quello con le poltrone di pelle umana) mi ha sempre detto che io ero troppo tenero e che dovevo cambiare il mio atteggiamento nei confronti dei sottoposti, cosa che ho puntualmente rifiutato.
Non ho permesso, infatti, e non permetterò che il mio responsabile cambi le mie convinzioni etiche e morali sul lavoro, sulla dignità del lavoro e sulle motivazioni del lavoro, mie personali e di coloro che collaborano con me (non li ho mai chiamati dipendenti, lo sono nei confronti dell'azienda, nei miei confronti collaborano alle comuni attività).
Ho avuto in questi anni persone fantastiche che hanno lavorato con me, e molti di coloro che non sono più nel mio gruppo continuano a ricordarmi e ricordare i momenti del passato. Questo per me è un grande onore, una vera vittoria.
Alla faccia di coloro che dicono che il capo deve essere odioso e odiato; mi capitò tempo fa di avere di fianco un dirigente dell'azienda ad una festa per gli auguri di Natale, che era davvero simpatico e divertente, direi "alla mano". La mattina dopo entrando in azienda l'ho salutato cordialmente, lui non ha fatto finta di vedermi. Siccome non lascio mai le cose a metà, nel pomeriggio sono passato nel suo ufficio (avevamo già prima un minimo di confidenza) e gli ho chiesto il perchè di quel comportamento: "E' la mia maschera aziendale", mi disse, continuando sulla necessità di assumere un profilo distaccato e neutro nei confronti delle persone.
Gli dissi che era molto triste. "Non farai carriera, altrimenti", fu la sua replica, ed infatti carriera così come la intendeva lui non l'ho fatta. Ma non lo rimpiango.
Oggi, primo maggio, mi piace ricordare questi episodi della mia vita professionale. Sono i momenti in cui mi manca di più la famiglia, dal momento che passo più tempo in ufficio che con loro. Su questo nessun contratto lavorativo potrà mai fare qualcosa...

domenica 7 dicembre 2008

Il lavoro disperso

Oggi è sant'Ambrogio, patrono di Milano. Noi che lavoriamo nella metropoli ci perdiamo un giorno di vacanza. Vista l'importanza della città e la sua collocazione socioeconomica, viene da ritenere che Ambrogio sia anche il protettore dei pendolari, se è vero che sono circa 800.000 i lavoratori che ogni giorno la raggiungono, proveniendo da località distanti anche oltre 100 chilometri.
Pensate a quante ore di lavoro, quanta potenzialità vi è in questo universo di persone.
Il giorno che riusciremo a sfruttare questo capitale, avremo a disposizione una ricchezza gigantesca. Eppure sembra che questa cosa non interessi a nessuno, prima di tutto a chi offre il servizio primario, quello ferroviario, secondariamente a tutte le istituzioni pubbliche e private, sindacati, imprenditori, sindaci, province, regioni, eccetera.
E' possibile che nessuno si renda conto di queste cose, e con un po' di fantasia non provi a cercare di trovare qualcosa che possa essere innovazione? Lancio la sfida, vediamo chi la raccoglie!
Approfitto di questo tema per ricordare anch'io i lavoratori della Thyssen Krupps ad un anno dalla tragedia che ha lacerato il mondo del lavoro, e insieme a loro gli oltre 1.000 morti che da quel giorno si sono aggiunti alla lista più ingiusta che uno stato moderno e civile potrebbe svolgere.

venerdì 29 agosto 2008

Alitalia vola sopra un mare di debiti

Ai primi di aprile del 2008, Berlusconi chiede a Prodi di tirar fuori 300 milioni di euro altrimenti Alitalia fallisce; il governo concede il prestito ponte e per aggirare le norme europee sugli aiuti di stato, lo motiva con "ragioni di ordine pubblico". Con questi 300 milioni, il totale dei "prestiti" concessi alla compagnia sale a 4 miliardi e 600 milioni.
Proprio oggi il Ministro Matteoli ha detto che i 300 milioni sono ancora nelle casse di Alitalia: allora perchè fu concesso quel prestito?
Stamattina ho letto le dichiarazioni di Colaninno e, dal suo punto di vista, le comprendo: come imprenditore (sia pure di sinistra) ha il diritto di tentare di portare a casa un affare che, comunque lo si metta, è estremamente favorevole.
Questi imprenditori non si trovano a dover sanare un'azienda, ma a lanciarne una nuova (forse questo non è del tutto chiaro agli italiani).
Quindi il problema è politico. Berlusconi aveva annunciato questa cordata 5 mesi fa come già bell'e pronta a partire: in realtà, in questi mesi sono stati reclutati gli imprenditori che dovevano favori al governo, basti leggere i nomi compresi in questo gruppo di affari per rendersi conto che siamo di fronte alla "nomenklatura" dell'imprenditoria italiana.
Quello che si deve tirar fuori adesso, non è tanto capire come viaggerà la Nuova Alitalia e quali saranno i suoi nuovi partner (anche se, alle nostre latitudini, c'è l'altro aspetto di Malpensa da chiarire, con tutto il suo bagaglio di problemi locali), ma comprendere per bene (questo sì!) come verrà gestita la "bad company", il lato oscuro di Alitalia, quello dei suoi debiti, e che fine faranno gli esuberi, ora contabilizzati in 7.000 dipendenti, dopo aver messo nel calderone anche AirOne (il tutto in gran silenzio).
Ieri ho commentato la prima notizia degli esuberi indirizzati verso le Poste, il Demanio e il Catasto; oggi le agenzie indicano una retromarcia del Governo, il quale afferma che ciò non sarà possibile, in quanto si creerebbe un pericoloso precedente. Quindi tutti i lavoratori passeranno dalle forche caudine della mobilità che, come dichiarato ieri sera, sarà di sette anni. Ma nel frattempo c'è il fermo impegno di garantire l'occupazione...
Vista la stagnazione economica, inutile farsi illusioni: una volta espulsi dal mondo del lavoro, sarà ben difficile che questi lavoratori possano tornare in servizio alle medesime condizioni di oggi.
Intanto incalza già il prossimo tema che attirerà l'attenzione degli italiani, la prossima settimana parleremo di federalismo o di giustizia, e alla situazione di Alitalia continueranno a pensarci solo i lavoratori coinvolti.

giovedì 28 agosto 2008

Alitalia o Alitaglia? Di certo Alivergogna!

Mai come in questi giorni mi sembra di essere tornato indietro nel tempo di quasi trent'anni: dalla guerra fredda tra Russia e blocco occidentale, alla politica che lotta contro i giudici, ai salvataggi pubblici di mega aziende fatiscenti.
Oggi vi parlo del salvataggio di Alitalia. Come avrete visto, non ne ho più trattato da dopo le elezioni di aprile per capire, senza ulteriori polemiche, come si volesse operare. E soprattutto capire quanto di ciò che era stato detto in campagna elettorale fosse vero, nel tentare un serio salvataggio di Alitalia.
La mia posizione di sei mesi fa era scettica circa un salvataggio imprenditoriale della compagnia e intollerante verso un tentativo di salvataggio pubblico, come in effetti anche l'Europa ci ha diffidato dal compiere.
Malpensa ha assistito impotente a questo delirio politico, ed ancora una volta l'indotto e l'occupazione dello scalo sono rimasti prigionieri della cattiva gestione politica. In troppi hanno voluto guadagnare su Malpensa, impedendone un vero e proprio sviluppo, che invece è fondamentale per il Nord Italia e non solo. Ma su Malpensa sono da sempre positivo.
Tornando ad Alitalia, questo barbaro tentativo di salvataggio si realizza attraverso tre macro mosse: lo scorporo delle negatività attraverso una "bad company" che asserbe tutti i debiti e le inefficenze, la nascita della nuova Alitalia, affidata ad una dozzina di imprenditori (molti dei quali noti "affaristi" del panorama nazionale da vari lustri) e l'espulsione di circa 7.000 esuberi che avviene attraverso Enti Pubblici, come le Poste, il demanio o il catasto.
Qui siamo al delirio puro.
Come qualche persona ha commentato oggi in treno, di prendere le schifezze di Alitalia e buttarle nella pattumiera dei conti pubblici italiani era capace anche quello "che mena il gesso", come si dice dalle nostre parti.
Il fatto di aver regalato a qualche "pezzo grosso" dell'economia italiana l'ennesimo gioiello da far fruttare, una volta lavato e ripulito di tutte le sconcezze che lo rivestivano, mi sembra la solita azione da faccendieri intrallazzatori legati a logge piduiste di massonica memoria.
Infine l'esplusione dei 7.000 esuberi spostati ad Enti Pubblici è quanto di più degradante possa avvenire per gli stessi lavoratori. Condivido il parere di alcuni che dicono: abbiamo solo spostato il problema, domani dovremo affrontare quello degli esuberi alle Poste (non hanno appena lasciato a casa 5.000 precari perchè inutili?), al demanio e al catasto.
In tutto ciò però non perdiamo di vista la dignità di chi è lavoratore serio ed onesto. Sono sicuro che in Alitalia vi sia una massa enorme di fannulloni, ma i primi da condannare sono i loro capi e chi li ha assunti. Ho già espesso il mio parere sulle uscite di Brunetta, ricordo solo che in Italia c'è una cronica e profonda carenza della cultura del controllo, e del controllo di gestione in particolare. Lo denuncio da anni anche nel nostro comune di Busto Arsizio, ma pare che questo non importi a nessuno, in particolare a coloro che dovrebbero controllare e non lo fanno.
Infine ho il dubbio che quella cattivona della Comuntià Europea, che qualcuno insiste nel volerci indicare come "il nemico" (dal momento che i controlli li fa), arrivi a dire che questa operazione così "spregiudicata" non è nemmeno tanto lecita, e che quindi metta il suo veto su tutto. Fantaeconomia politica? Vedremo...

lunedì 18 agosto 2008

L'effetto Brunetta potrebbe essere un fuoco di paglia

Il ministro Brunetta ha emanato la circolare n.7/2008, la quale determina il comportamento della pubblica amministrazione (Decreto legge 112 art.71 - assenze dal servizio dei pubblici dipendenti) nei confronti dei dipendenti pubblici assenteisti: ad essi deve essere richiesta visita fiscale anche per le assenze di un solo giorno.
L’effetto, ripreso con grande attenzione e larga pubblicità dai mezzi di comunicazione, è stata la riduzione di oltre il 30% delle giornate di assenza dei lavoratori pubblici durante il mese di luglio.
Tutto bene? Direi di no.
Premetto che un giro di vite sulle assenze dal lavoro per motivi di salute doveva essere data, prima o poi: a fronte di tanti casi leciti ve ne sono purtroppo anche di illeciti, e sappiamo bene che il senso di responsabilità degli italiani non sempre è così limpido e cristallino.
Però ritengo questo risultato poco significativo in rapporto a quelle che sono le esigenze vere degli utenti della Pubblica Amministrazione, addirittura potrebbe avere un effetto negativo sulla bilancia dell’efficienza complessiva della macchina amministrativa, se da questa decisione dovessero nascere poi elementi peggiorativi per quanto riguarda la valutazione ed i premi di tutti i dipendenti pubblici.
Il cittadino chiede una amministrazione pubblica più efficace e questo si traduce in minore burocrazia, maggiore efficienza e conoscenze da parte di chi opera allo sportello, unite ad una più sensibile attenzione all’utente, sopratutto nei rapporti interpersonali.
Una maggiore presenza fisica del personale non dà nessuna garanzia in merito al miglioramento del livello di servizio della pubblica amministrazione; serve invece una riforma della Pubblica Amministrazione, strutturale ed organizzativa, che comporti una reale maggiore efficienza, a tutti i livelli, del sistema pubblico.
Ho avuto già modo di sottolineare in tempi non sospetti (13 giugno 2008, articolo pubblicato su questo blog http://berteotti.blogspot.com/2008/06/rinviata-fine-anno-la-chiusura-degli.html) la questione che senza una riduzione degli enti inutili non si possono reimmettere energie nel sistema, siano esse tanto economiche quanto umane.
La circolare Brunetta fa leva sull’emotività, ma la razionalità dice altre cose.
Dice, ad esempio, che richiedere una visita fiscale domiciliare per chi lamenta anche solo un giorno di assenza rischia di essere un costo enorme per le pubbliche amministrazioni, che finiranno con l’ignorare questo provvedimento nel giro di poco tempo.
Non interviene invece il DL, nel suo complesso, su quello che è il recupero di efficienza legato all’addestramento delle risorse pubbliche, all’adeguamento delle strutture tecnologiche e sulla possibilità di ammodernare gli Enti Pubblici locali e centrali, di dare banche dati ed informazioni più precise a chi amministra il patrimonio pubblico, per arrivare ad una migliore qualità generale del servizio all’utenza.
La comunicazione mediatica ancora una volta ha dato prova di fermarsi all’aspetto emotivo della notizia, senza scavare, senza cercare di capire i veri contenuti. Basti leggere a tale proposito i tantissimi commenti presenti in internet a questa notizia, reperibili sia su blog che su siti pubblici e privati. Alcuni sono estremamente particolareggiati e ricchi di osservazioni che dovrebbero essere colte proprio dagli organi di stampa.
Il recupero vero di risorse è dato, se non altro, da un minor numero di giornate di lavoro rimborsate dall’ENPDEP, ma il resto è tutto da verificare.
Mi piacerebbe che le Amministrazioni Pubbliche indicassero, oltre al numero di giornate di lavoro recuperate, quante ore di coda in meno abbiano fatto i propri utenti, quante pratiche in più siano state portate a compimento nei tempi attesi, come sia migliorata la qualità dei servizi erogati per un minor numero di reclami/contestazioni.
Se questo avvenisse sarebbe davvero un ottimo risultato.

giovedì 26 giugno 2008

Movibus: qualcosa cambia nello scenario locale del trasporto pubblico

Alla lettura del precedente post, un amico mi sollecita una riflessione su Movibus, anche alla luce di recenti rilancio giornalistici in merito alla questione.
Movibus è una nuova società di trasporto pubblico che nasce dalla unione tra ATM, ATINOM e STIE, aziende specializzate nel settore ed operanti nell’area dell’Altomilanese. A seguito di questa unione, Movibus andrà a produrre quasi 61 milioni di chilometri l’anno di copertura dei mezzi, avendo a disposizione circa 210 autisti: una media di 30.000 chilometri l’anno su percorsi per lo più extraurbani. La preoccupazione sindacale è per il basso numero di addetti (250 in tutto) rispetto al servizio prodotto e la sicurezza del salario, volendo continuare a garantire il servizio di trasporto, ma nel rispetto dei diritti dei lavoratori.
Questa iniziativa non tocca direttamente la nostra città, ma è ovvio che essendo STIE socia al 40% di AGESP Trasporti, è ipotizzabile che nel prossimo futuro una soluzione di bacino di trasporto e di forma consortile per l’espletamento del servizio possa essere ipotizzata. Personalmente, ma credo di poter parlare anche a nome dei colleghi consiglieri, staremo tutti con le orecchie ben aperte in proposito.

venerdì 13 giugno 2008

Rinviata a fine anno la chiusura degli Enti inutili

Se l’avesse fatto il Centrosinistra, apriti o cielo! Ma l’ha fatto un Ministro del Centrodestra, per cui la notizia scivola quasi inosservata indietro nell’impaginazione di quasi tutti i quotidiani. Il ministro Rotondi ha deciso di far scivolare a fine 2008 la chiusura degli Enti pubblici ritenuti inutili, che la finanziaria 2008 aveva destinato a chiusura. La ragione? Esaminare la posizione di altri 170 Enti pubblici non economici e tutelare i lavoratori. Bella scoperta. Se si tagliano gli Enti, qualcuno doveva anche pensare a dove mettere i lavoratori. A fine anno essi spariranno? Se l’Ente è inutile, non è detto che lo siano anche i lavoratori, che rischiano sempre di pagare per gli errori di altri. E a Busto ne sanno qualcosa…

mercoledì 28 maggio 2008

Il Consigliere non è dipendete comunale

Spesso e volentieri mi capita di sentirmi apostrofare da persone che mi conoscono e sanno che sono consigliere comunale con frasi del tipo: “Lei che lavora in Comune…”. Niente di più falso.

Io sono di pendente di una multinazionale dell’industria alimentare con sede in Milano, ed ogni giorno mi sveglio alle 6.30 per andare in ufficio, prendo solitamente il treno alle Nord (7.36 o 8.02) ed arrivo nel mio ufficio intorno alle 9.00

Mi occupo di Sistemi Informativi, comunicazione e sicurezza e torno a casa normalmente verso le ore 19.30/20.00; solo nel dopocena mi posso occupare di politica, e molte sere sono dedicate fino a tarda ora a questo servizio.

Dunque, in Comune ci vado relativamente poco, solo il sabato o nei giorni di consiglio o commissione. E’ evidente che non frequento uffici, non conosco funzionari se non per il fatto che ci vediamo nelle occasioni ufficiali, moltissimi dipendenti comunali non mi conoscono e non sanno nemmeno chi sono.

Questo capita anche alla maggior parte degli altri consiglieri e assessori: credo tutti siano lavoratori privati o autonomi, professionisti, esercenti, che vivono del loro lavoro e non dei compensi (sempre più magri) che forniscono i gettoni di presenza o le indennità di funzione.

Io ho scelto liberamente e ben prima del caos generato dalla pubblicazione dei redditi del 2005 da parte dell’Agenzia delle Entrate, di dichiarare il mio reddito personale, evidenziando cosa percepisco dal lavoro dipendente e quanto dall’attività politica: basta andare sul mio sito per trovare questi dati, aggiornati di anno in anno

( http://www.alessandro.berteotti.name/P_REDDITI_PERSONALI.htm ).

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