Alessandro Berteotti

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Non ho verità da regalare, se però pensi che dica cose sensate, dillo ai tuoi amici!
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venerdì 7 gennaio 2011

l'Italia delle "a" accentate

Oggi si celebrano i 150 anni dell'Unità d'Italia, con il Presidente Napolitano a Reggio Emilia. Una celebrazione fortemente voluta in sede istituzionale, ma che rischia di passare in modo anonimo sulle nostre questioni quotidiane, sul nostro essere indaffatati in tante piccole cose, a cui diamo costantemente maggiore valore ed interesse di quanto dovremmo in realtà fare.
Non dimentichiamo le centinaia di migliaia, i milioni di persone nostri connazionali che in questo secolo e mezzo hanno combattuto per l'indipendenza e per la dignità di questa nazione, nelle guerre di indipenza, nelle ingloriose guerre coloniali, ma soprattutto nelle due guerre mondiali e nella lotta partigiana per la riconquista della libertà.
Perfino i caduti più recenti, da Nassiria all'Afghanistan meritano rispetto e memoria, anche se le motivazioni per cui noi siamo presenti in quei luoghi poco hanno a che vedere con il valore delle lotte prima citate. Libertà, verità e dignità: tre parole con la "a" accentata che dovrebbero scuotere le coscienze di tutti, a prescindere dal colore politico, dal credo religioso o dallo stato sociale in cui ci si trova.
Eppure, quanto poco dignitoso appare il nostro vivere quotidiano recente! Il tutto ha una spiegazione assai semplice: come dicono a Napoli, "o' pesce fete a' capa". Qui il riferimento al signor Berlusconi è d'obbligo.
Si sono scritti ormai fiumi di parole, decine o forse centinaia di libri su di lui, per lo più per illustrarne le malefatte e il cattivo pensiero, eppure gode ancora di una discreta credibilità, anche se in celere diminuzione. In ogni occasione finora è stato però in grado di estrarre dal cappello il colpo a sorpresa quando meno te lo aspetti, e questo ne ha ingigantito il valore.
Eppure il signor "Ghe pensi mi" ha fallito su tutti i fronti, ha perso in un paio d'anni tutto il vantaggio che aveva sulle opposizioni ed ha conservato la maggioranza in questa legislatura solo a colpi di denaro, facendo passare il sistema di governo da democratico (potere del popolo espresso attraverso i propri rappresentanti eletti) a plutocratico (potere del denaro che compera il consenso, anche se poi il conservarlo può essere anche più difficile).
In questo modo abbiamo tradito la Libertà, la Verità e la Dignità, ed abbiamo compromesso anche l'Onestà di un popolo e di una nazione. Già Dante Alighieri, quasi 700 anni fa, cantava nel Purgatorio della sua Divina Commedia lo stato del nostro paese con chiara preveggenza: "Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!"
Donne usate senza dubbio da Berlusconi, prima per il proprio piacere e poi per distruggere le istituzioni. Veline messe al Parlamento, nel Governo o a prendere soldi in Consigli Regionali, alle spalle dei cittadini che fanno fatica a tirare la fine del mese. Per carità, ci stanno anche i figli ignoranti dei ministri, tanto che viene il dubbio che pure il ministro lo sia.
E vista la padronanza di Dante che ha Benigni, viene da chiedersi se mettere un novello poeta incompreso al Ministero della Cultura non sia una mossa involontariamente arguta e in linea con le scelte di fondo: rendere così difficile governare e risanare questa povera Italia a chi seguirà, prima o poi per forza, le orme di un tale distruttore, al punto che gli verrà di fatto garantita l'impunità. Ed in qualche modo stiamo già assistendo a questo assurdo delitto, con la richiesta fatta da Rino Formica e da altri per dare l'immunità a Berlusconi, fino a proporlo come Senatore a vita. Promuoveatur ut admoveatur: promuoviamolo per toglierlo dalle balle.
Che triste ricordare l'unità d'Italia in queste condizioni. Napoli ormai, più che fetere per le teste di pesce, fete per le migliaia di tonnellate di rifiuti che la assediano, dimostrando ancora una volta che tutta la politica del Governo si basa su affermazioni stereotipate e sterili più che su fatti concreti.
Poche leggi e molte vacanze al Parlamento, nel 2010. Eppure quasi due miliardi di euro spesi solo per il mantenimento dei due rami del parlamento. La democrazia quando non è partecipata e partecipativa rischia di essere peggio di altre forme di governo. Non è l'assenza di un leader di minoranza che compromette le possibilità di cambiare governo, ma il fatto che anche nella minoranza vi sia chi sarebbe pronto al salto della quaglia per montare domani sul carro del Governo e mantenere i propri privilegi. Libertà, Dignità, Verità, Realtà, Onestà, Umiltà: mancanza totale di umiltà. Questo il terreno che rende possibile al virus dell'arroganza di estendersi fino al midollo della Repubblica, fino a coinvolgere la base della democrazia in un delirio di ottimismo di cui non c'è, nella realtà, alcuna traccia.
Non c'è traccia di ottimismo in questa mia riflessione perchè non ho motivo di credere che ve ne possa essere. Non vedo ardore ed entusiasmo nella società, vedo solo false verità costruite da giornalisti e uomini di marketing che illudono il popolo con l'utilizzo esclusivo dei mezzi di comunicazione. Vedo lo sfinimento e la prostrazione di molti uomini e donne che si impegnano nei servizi alla collettività, dall'insegnamento, alla sanità, alla giustizia, alla sicurezza, al pubblico impiego, ogni giorno, ogni momento, con sacrificio ed abnegazione, ed a cui viene tolto perfino il diritto alla fierezza del proprio lavoro, assimilato a quello di lazzaroni e mangiapane a tradimento.
Povera Italia, quella dei Ministri che usano i beni pubblici e la loro carica per soddisfazione personale, che si sentono sopra la legge, che fanno false comunicazioni sociali e poi accusano altri di averli male informati. Impossibile informarsi prima?
Dilettanti allo sbaraglio che mirano a migliorare solo la propria immagine anzichè curarsi del bene pubblico e della sicurezza nazionale. Perchè dovrei essere ottimista?
Eppure lo sarò, ottimista, per dare testimonianza ai miei figli e a tutti coloro che sperano in un futuro migliore che questo è possibile. Certo, occorre cambiare un po' le proprie convinzioni, occorre fare un po' di pulizia, occorre non credere più in quello che ci viene detto, ma solo in quello che viene fatto, occorre iniziare a fare in prima persona senza aspettarsi che qualcun altro ce ne renda merito.
Occorre dare il giusto peso alle cose e non aspettarsi di passare solo da facili scorciatoie, occorre non lasciare solo chi soffre o ha meno perchè senza solidarietà non c'è futuro, a cominciare da ciò che vediamo intorno a noi. Occorre pensare che abbiamo bisogno di tutti per fare l'Italia di domani e che la nuova Unità nasce da diverse culture e non solo da diversi territori. Occorre rinnegare il "pensiero breve", speculativo, che abbiamo avuto come orizzonte politico in questi ultimi 15 anni, occorre vincere la "teoria della paura", che può e deve finire, in questa nuova Unità perchè l'Italia è fatta dalle persone che vogliono che questo Paese sia forte, saldo e fiero e che lavorano per questo, non già per il Paese dei Balocchi costruito negli ultimi anni da un novello Mangiafuoco.
Viva la nuova Unità d'Italia, quindi, costruita sulle "a" accentate.

lunedì 20 dicembre 2010

Meno risorse, meno civiltà

Siamo alla frutta. Con l'ultima manovra finanziaria, i tagli ai comuni comporteranno minori erogazioni dallo Stato alla Regione Lombardia per oltre 200 milioni di Euro, di cui 15 milioni a carico della provincia di Varese.
Al comune di Busto Arsizio verranno tagliati €1.960.460,64 una cifra estremamente significativa.
Tradotto, significa che ci saranno meno risorse per garantire i servizi ai cittadini e la buona amministrazione dei nostri comuni, con un aggravio secco di costi a danno delle famiglie, delle imprese e dei cittadini. Il governo di Bossi e Berlusconi sta affossando gli enti locali. Questi tagli contraddicono nei fatti tutti i proclami federalisti. Invece di colpire chi cerca di aiutare le comunità locali a superare questo momento di crisi, il governo farebbe bene a tagliare la spesa pubblica inefficiente dei ministeri romani che è cresciuta negli ultimi due anni del 10 per cento.
Tagli profondi anche per le politiche sociali: oltre 2 miliardi e 800 milioni di euro in meno a livello nazionale. Mettiamoci anche la riduzione d'ufficio dei soldi destinati per il 5 per mille al volontariato, e ci troviamo in prospettiva in una situazione decisamente precaria per tutto il mondo che gravita intorno ai deboli, alla povertà, alle emergenze.
La notizia di ieri della morte di un senza dimora a Varese dà un primo segno tangibile di questo discorso. In uno scenario come quello attuale, dove tutti tagliano e dove non esistono più risorse per le fasce sociali più deboli, sono proprio costoro quelli che rischiano di più.
Dobbiamo allora chiederci: siamo davvero una società che può definirsi "civile" se crediamo che solo chi è produttivo, solo chi ha forze autonome ce la può fare ad andare avanti? Anche dal punto di vista della sopravvivenza fisica delle persone?
O siamo invece alla legge della giungla, alle prove di sopravvivenza modello Isola del Famosi, alla soppressione dei rami secchi, includendo in questi anche le persone fisiche? Chi si batte per salvare cadaveri viventi, chi si strappa le vesti per persone che per anni e anni continuano a vivere solo grazie all'aiuto di macchine costosissime, ha in mente quante persone sono invece costrette a vivere ai margini della società, senza più casa nè cose, che rischia di morire assiderato o di schiattare di caldo d'estate? Quale vita vale di più? O la vita ha lo stesso valore per tutti?
Ha più valore la vita di un uomo o di una donna, di un italiano o di un extracomunitario? Ha più diritti un barbone o una persona che produce?
Io non voglio dare risposte, ognuno le dia per la sua parte e la sua coscienza, ma almeno una volta ponetevi queste domande nella vostra vita e smettetela di girarvi dall'altra parte quando qualcuno vi chiede di ragionarci sopra.

giovedì 5 agosto 2010

Una città deveicolarizzata

Anche ieri si è consumato un dramma della strada: una persona in bicicletta uccisa da un'auto. Un lutto ed un dolore che accomuna tutti, che ci interroga sul senso di queste cose, che fa sprofondare nella disperazione anche chi involontariamente si trova a rendersi responsabile di questi incidenti. Vittime innocenti di una delirante e perversa modalità di concepire la vita, la modernità, il progresso.
Come vi possa essere progresso vero e rispetto della vita quando ancora oggi una decina di persone nella nostra città, ogni anno, perdono la vita in incidenti stradali, questo me lo chiedo da troppo tempo senza trovare il modo di fare qualcosa. Anche perchè prima di fare occorre pensare.
Ed allora ecco un paio di riflessioni su questo tema. La prima è quasi tecnica: se due mezzi si scontrano, è sempre il più debole a rimetterci di più. Così si registrano più vittime tra pedoni, ciclisti e motociclisti che fra automobilisti e guidatori di mezzi pesanti. Questi ultimi, però, sono spesso coloro che fortuitamente generano questi incidenti e ne sono responsabili.
Si dà molta importanza e rilevanza alla velocità, ma personalmente sono convinto che sia molto peggio la distrazione e la disattenzione alla guida, come afferma una campagna pubblicitaria in corso in questi giorni.
Occorre rendersi conto che mettersi al volante di un automezzo oggi vuol dire prendersi una gravissima responsabilità civile e talvolta anche penale, per le conseguenze della propria guida. Ed altrettanto spesso si viene coinvolti in incidenti non per la propria guida, ma per l'incoscienza e la distrazione di altri, ad esempio di coloro che parcheggiano mezzi in luoghi o posizioni che assolutamente non si conciliano con il tipo di traffico che regna nelle nostre città. Ma ne parliamo adesso, oggi perchè c'è un grave motivo e domani riprendiamo il solito stile di guida.
La seconda cosa che mi fa riflettere è invece più morale. In città opera, e credo venga universalmente riconosciuto merito ai suoi volontari (al di là di sterili polemiche politiche) il CAV, Centro Aiuto alla Vita. Esso si occupa di trovare risorse e rifugio per donne in attesa di un figlio in difficoltà, affinchè non pratichino l'aborto, non siano preda di follie assurde e vigliacche, a tutela loro e del bimbo nascente. Perchè faccio questo riferimento? Perchè sento la necessità di avere un identico ente o associazione che si proponga di salvare la vita a tutti coloro che viaggiano sulle strade della nostra città.
Come? Forse è prematuro approfondirlo, servirebbe uno studio più preciso, dettagliato e professionale, ma un'idea ce l'avrei. Prima di esporla, però, mi si faccia dire un'altra cosa, anche se so che qualcuno dirà che sono noioso: abbiamo speso come comune di Busto Arsizio una cifra ragguardevole per elaborare, dopo quindici anni, un Piano Urbano del Traffico (PUT), valido nell'analisi, ma assolutamente inutile e inefficce nell'attuazione perchè riadattato in chiave politica, volta a salvaguardare interessi di bottega più che per risolvere i problemi veri del traffico cittadino.
Così non va. E sarebbe un ennesimo motivo per cui i cittadini di Busto Arsizio dovrebbero svegliarsi da quel torpore politico che li attanaglia per capire come sono effettivamente le cose.
Quindi, ripartendo da quanto afferma questo PUT, credo che la nostra città, sia per l'estensione del territorio (sono circa 30 chilometri quadrati), che per il numero degli abitanti (oltre 80.000) possa costituire un buon banco di prova per arrivare alla realizzazione della "città deveicolarizzata". E' un'idea che ho da tempo, e che si sta componendo faticosamente pezzo dopo pezzo, vedendo come in un puzzle i singoli tasselli andare a posto e configurarsi l'idea finale.
Qui la voglio solamente annunciare, probabilmente ci vorranno diversi post per riuscire ad esporla tutta chiaramente, ma il concetto di base è che non necessariamente il rapporto di vita tra la persona e la città debbe passare attraverso il mezzo privato per eccellenza, l'auto.
Di conseguenza, dovrebbero restare esterni alla città tutti i mezzi pesanti che vi transitano, a qualsiasi titolo. Impossibile? Questa parola non esiste, siamo solo noi uomini a non credere nelle nostre possibilità ed essere schiavi delle nostre abitudini.
Ecco perchè abbiamo tanti insuccessi: perchè giudichiamo prima ancora di aver compreso e sperimentato.
Il mio obiettivo è di salvare la vita o una invalidità o anche solo una lieve ferita a centinaia di persone della mia città, ogni anno. Se non avessi questa pretesa, vi sarà sempre chi continuerà a pensare che il prossimo a cui capiterà qualcosa di grave sarà un altro, mentre invece quel "prossimo" sarà proprio lui.

martedì 20 luglio 2010

Una mamma contro la Gelmini

Non occorre avere una laurea in pedagogia per capire che il periodo di tempo riservato alle mamme lavoratrici, chiamato “astenisone obbligatoria post partum”, retribuito per i primi mesi, non sia un privilegio ma un diritto inalienabile , obbligatorio e previsto dalla legge.
Questo il senso delle prime parole con cui una donna, mamma e pedagoga, ha iniziato una lettera aperta al ministro Gelmini per confutare la tesi di questa, che aveva dichiarato di aver sospeso solo per pochi giorni la propria attività istituzionale dopo il parto e definendo di conseguenza un “privilegio” l’astensione che spetta invece al resto delle mamme lavoratrici.
La lettera mi ha colpito particolarmente, e prima di me aveva già colpito migliaia di persone che hanno avuto modo di leggerla e commentarla, per la serietà delle argomentazioni e per la fiera difesa dei diritti delle mamme e delle donne in generale.
Mia moglie non lavora, ma ha avuto tre figli, ed ho potuto apprezzare (senza oneri né per lo Stato né per l’eventuale datore di lavoro di mia moglie) come questi periodi siano stati particolarmente intensi dal punto di vista emotivo, sia mio che suo.
Ritengo, da maschio che non partorisce, ma segue tutta l’evoluzione del figlio dal concepimento a quando termina lo svezzamento, che sono tantissime le cose che accadono dentro la vita di una famiglia, determinate dalla nascita di un figlio.
Dagli stravolgimenti delle abitudini, dei tempi (soprattutto del riposo notturno), degli equilibri psicologici e di coppia, ma soprattutto di quanto sia intenso il legame fra madre e figlio in quel periodo.
Afferma in proposito Rosalinda Gianguzzi, autrice della lettera: “Basta guardare il regno animale per rendersi conto come le femmine di tutte le specie non si allontanano dai cuccioli e dedicano loro attenzione massima e cura FINO ALLO SVEZZAMENTO Non è una legge specifica relativa agli umani, ma della natura tutta. Procreare, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta di vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, A MAGGIOR RAGIONE CAMBIA LA VITA DI UNA DONNA”.
Ora, il ministro Gelmini, donna, può decidere che per lei sia più importante la sua carriera politica che la vita da madre, ma ciò non implica che lei abbia il diritto di dettare regole di vita e comportamentali a tutto il genere femminile.
Ed un altro passaggio intenso è dedicato proprio alla famiglia: “Sbaglia chi crede che l'arrivo di un figlio, non comporti cambiamenti nella propria vita. Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da togliersi, ma una scelta di servizio, di dono di se stessi e anche del proprio tempo. Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che dobbiamo cambiarla per renderla a loro misura. Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza autostima e con poca sicurezza di sé. Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data abbastanza nel momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi mesi di vita. L'idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad esempio tra un seno materno e un biberon della tata, è solo nostra. Ciò non vuol certo dire che tutti bambini allattati artificialmente o che tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei disadattati. Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene, come quando in gravidanza assumevamo l'acido folico, per prevenire la "spina bifida".
Ora mi chiedo: a che pro la Gemini ha potuto fare un’uscita di questo tenore? Per procacciarsi l’attenzione dei media, per dimostrare di essere capace di intendere al proprio compito pur avendo una famiglia da tirare avanti? Mi auguro e le auguro intensamente che lo abbia fatto soprattutto per questo secondo motivo, più di modo che di contenuto, altrimenti dovremo seriamente porre il problema di quanto possano valere le lotte di emancipazione delle donne, tese al riconoscimento dei loro diritti sociali ed economici.
Ma certo, di fronte ad una società che usa del corpo femminile in ogni contesto, per pubblicizzare un cemento edile, ad esempio, o di qualsiasi altro tipo che pure abbia come ricettore finale un uomo, o quel che ne resta, dobbiamo seriamente porci anche il problema dell’uso dell’immagine femminile.
E dovremo anche imparare ad avere una diversa dipendenza dal denaro, perché se una donna butta alle ortiche la propria femminilità, il proprio corpo, la propria maternità, questo ha un nome che riconduce alla professione più antica del mondo.
Chiudo ancora con le parole di Rosalinda (alla fine mi sembra di essere diventato un po’ suo amico): “Si dovrebbe impegnare signor ministro di più nell'analisi dei problemi, per evitare valutazioni errate e posizioni dannose per lei, per gli altri e per il Paese. Perché forse qualcuno potrebbe aver pensato che tutto sommato il suo era un ministero poco importante, che se guidato da un giovane ministro senza competenze specifiche, "non poteva arrecare grossi danni", soprattutto obbedendo ciecamente ai dettami del Tesoro, ma lei con la sua presunzione di voler parlare di cose che non conosce, sta contribuendo a minare il futuro di un'intera generazione. Un'ultima cosa, lei che di privilegi se ne intende bene, essendo un politico, la usi con maggiore pudore questa parola”.

domenica 18 luglio 2010

Ciao Mino

Oggi ho solo un breve pensiero per Mino Damato, un grande che ci ha lasciati. In silenzio, nel siuo stile. Anche nel suo lavoro, è stato uno dei pochi giornalisti che, pur avendo avuto ruoli da anchor man, non si è mai atteggiato a divo, non ha mai posto la sua persona sopra i fatti e le situazioni.
Oggi molti lo ricordano per la sua passeggiata sui carboni ardenti di Domenica In; pochi ricordano la sua figura di giornalista cronista di guerra, inviato nei posti più pericolosi a parlarci di cosa era in quel momento la guerra per le persone che ne erano coinvole, in modo cortese.
Ma io lo ricordo per la trasmissione televisiva che mi ha fatto passare dalla fanciullezza all'adolescienza: Avventura. Oggi ripensavo a quanto cose mi sono rimaste addosso da quelle puntate, quanto di quello che sono oggi lo debba anche a lui. Chi mi conosce da molti anni sa quale sia la mia canzone preferita in assoluto: A Salty Dog dei Procol Harum, la sigla di chiusura di quel programma.
Immagino tutti sappiate cosa significa per un ragazzo di 14 anni avere una canzone preferita, una canzone di cui per anni non ho saputo nemmeno il titolo, ma quella canzone da allora fa parte del mio DNA.
E le immagini di In viaggio fra le stelle hanno fatto volare la mia fantasia, mi hanno fatto innammorare della scienza e della fantascienza, un'altra cosa che è parte essenziale della mia vita. No, io a Mino ho voluto bene da sempre, ma bene davvero. E gli sono grato per quello che lui mi ha donato.
Sì, lui non lo ha fatto per me direttamente, lo ha fatto per tutti quei ragazzi che come me avevano bisogno di avere un punto di riferimento, una certezza per attraversare l'adolescenza e diventare poi uomini adulti. E anche di sognare. Per questo ti saluto, Mino: ciao. Sei stato un grande, per me lo sei ancora e lo sarai per sempre.

sabato 17 luglio 2010

Intercettatemi, sono pulito. Una settimana dopo

Abbiamo cominciato una settimana fa, con una proposta che veniva più dal cuore che da un ragionamento politico: offrire ai giudici e alle forze dell'ordine di essere intercettati per dimostrare che la trasparenza non è un'utopia, che certi valori sono ancora presenti in questa società, anche se una forza occulta (non troppo, per la vertià) vorrebbe cancellarli come segni di gesso sulla lavagna.
In una settimana 350 persone si sono iscritte a questo gruppo di Facebook, al quale ho dato l'immagine di Roberto Saviano a rappresentare la sintesi di questo impegno e di questa trasparenza. Perchè? Saviano per me interpreta la coscienza civile che si oppone al silenzio, alla violenza, alla paura. Una cimice umana che entra nel tessuto della criminalità per descriverla e sconfiggerla, per fare conoscere ai cittadini in pantofole cosa accada appena fuori dal loro uscio di casa. Una persona che ha perso la sua libertà per donarla a tutti noi.
Proprio in questi ultimissimi giorni anche la prospera Lombardia ha scoperto di avere colonne di malavitosi calabresi dentro questa fetta di territorio, che ritenevamo sacra ed inviolata da tali attacchi. Possibile che però nessuno si sia chiesto come mai si sentivano nelle intercettazioni sui rifiuti della Campania le voci di imprenditori del Nord (in particolare gli accenti erano veneti e milanesi) definire i particolari raccapriccianti per lo sversamento in quella terra di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici? Perchè il Nord dovrebbe essere diverso dal Sud?
Durante questa settimana ho avuto modo di vivere una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Pur senza conoscere la maggior parte delle persone che si sono iscritte al gruppo, ho avuto da subito una sensazione di familiarità con loro, di consivisione profonda su quello che si stava facendo.
Prendere una decisione che tocca solo noi, senza rimandare ad altri, senza incaricare altri di fare una cosa che noi abbiamo a cuore, può essere provocatorio. Al punto da scatenare prese di posizione ostili proprio da chi non avresti mai creduto. Ho parlato con queste persone di Ministero della Paura, rifacendomi al personaggio di Antonio Albanese, interpretato a Che tempo che fa. Un personaggio talmente fantastico da risultare pefino reale. Non copio lo slogan di una compagnia di assicurazioni, è che il teatro dell'assurdo nel quale viviamo può portare a queste iperboli.
Abbiamo il coraggio di vivere una nuova Resistenza, per la libertà e la verità. Una lotta a tratti assurda, perchè trasversale, senza un fronte dove stare "al di quà o al di là". Un amico che diventa avversario (mai nemico), e un avversario che diventa amico.
Ma cosa pensano i nostri amici che si sono uniti in questa meravigliosa impresa? Riporto solo qualche commento, la versione integrale la lascio a chi fra voi è già su Facebook e vuole vedere tutti i commenti accedendo al gruppo "Intercettatemi, sono pulito".
Romina: intercettateci tutti per favore! forse vi farete un'idea di quanto è bello essere persone oneste e di cosa è fatta la vita quotidiana delle persone comuni!
Gabriella: come premio x aver presentato il gruppo e aver fatto iscrivere i miei amici voglio essere intercettata x prima!
Anna: si potrebbe usare come formula, ma non solo formale,nei giuramenti di tutte le cariche pubbliche... anzi si "dovrebbe"!
Angela: Fatelo... magari vi passo la lista della spesa!
Mariangela: Chi non teme non ha paura di essere intercettato...
Maria Grazia: Chiunque mi può intercettare: non ho problemi. Questa legge sulle intercettazioni e' un attentato alla libertà. Lo dice anche la Costituzione.

Come vedete, chi lascia messaggi sono in massima parte donne, ma ci sono anche maschietti, non dubitate. Di certo però le donne hanno meno problemi a dire ciò che pensano, si dovrebbe meditare anche su questo.

venerdì 25 giugno 2010

Il terribile pericolo della "lieve entità"

Pare che una delle pratiche più seguite da questo Governo, oltre alla nomina surrettizia e continua di nuovi Ministri e alla censura radiotelevisiva, sia quello di introdurre emendamenti a leggi e leggine determinando evidenti favoritismi a discapito del bene comune, oltre che le ormai ben note leggi "ad personam" che stanno drammaticamente inquinando il nostro paese.
Più della marea nera del Golfo del Messico.
Dopo la leggina salva manager di stato, una volta amichevolmente chiamati "boiardi", inserita nella legge salva Alitalia, dopo che si fece passare al 9 di agosto una legge di importanza fondamentale come quella sull'acqua pubblica, nel silenzio di un Parlamento ormai in vacanza, arriviamo oggi alla più squallida di tutte queste schifezze.
Parlo dell'emendamento 1707 della legge sulle intercettazioni telefoniche, che introduceva il termine di "Violenza sessuale di lieve entità" nei confronti di minori. Firmatari, alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l'abolizione dell'obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se - appunto - di "minore entità".
Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale "di lieve entità" nei confronti di un bambino. Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c'è stato il fuggi-fuggi, il "ma non lo sapevo", il "non avevo capito", il "non pensavo che fosse proprio così" uniti all'inevitabile berlusconiano "ci avete frainteso".
Ci sono anche i nomi dei firmatari di questo emendamento, non li riporto qui solo perchè non ritengo opportuno l'attacco alla singola persona su una questione di questa rilevanza, quanto ad un modello di vita e di cultura.
Se si può far passare il concetto di "lieve entità" per uno stupro, ancorchè su minori, tra poco potrà passare anche quello di lieve entità per un omicidio, ad esempio se ad essere ucciso fosse un Rom, un extracomunitario (attenzione però agli americani ed agli svizzeri), o un barbone, o comunque un emarginato, un gay o un qualsiasi "diversamente abile".
Non sto esagerando: se la linea di confine del comune senso del pudore continua sempre di più a spostarsi verso concetti di intolleranza e di aberrazione, potremmo trovarci di fronte a leggi che rendono differente il valore della vita o delle azioni contro di essa.
Questo concetto di "lieve entità" ne è la testimonianza più evidente ed anche quella più meschina, perchè condotta tra le pieghe della legislazione, dove il comune cittadino non accede, dove nemmeno i giornalisti e gli stessi addetti ai lavori possono svolgere azione di controllo efficace e continua con serietà professionale.
Questi signori sono quelli che condannano la pillola RU486, l'aborto e l'eutanasia senza nemmeno avere idea di cosa siano il dolore e la sofferenza, ma pensano che divertirsi con una bambina toccandola o facendosi toccare sia come un gioco, una specie di rito di iniziazione, se non quasi un dovere educativo.
D'altra parte, da un Governo che oscura, mistifica e altera l'informazione a proprio vantaggio, cosa possiamo aspettarci? Solo bavagli...

lunedì 21 giugno 2010

La paura dentro e fuori di noi

Sabato sera, durante la Messa Vespertina celebrata da Padre Giulio Berutti alla chiesa del Redentore, ho sentito pronunciare delle parole che da tempo, troppo tempo non sentivo. Non tanto e non solo per il messaggio che trasmettono, ma quanto il ragionamento profondo che sta alla loro base.
La frase più importante è: "Bisogna avere paura della paura. Chi ha paura è ricattabile, quindi meno libero". Dal momento che le ho ascoltate, queste parole mi continuano a tornare in mente, mi sollecitano, mi turbano. Quindi è questo un segno che sono parole di verità.
Se ascolti una frase e ti lascia come prima di averla ascoltata, vuol dire che non ti ha arricchito, che non ti ha scosso, quindi non era parola di verità. Ma se tu non ci dormi la notte, vuol dire che quella frase ti ha assorbito, è diventata tua e ti spinge come una molla verso la lettura del vero significato.
Ne avevo già parlato in altri post, ma che cos'è la paura per noi? Difficile dirlo a parole. Potremmo cercare mille definizioni, ma sappiamo che quando arriva la paura, il nostro cervello non ragiona più, si perde progressivamente lucidità, si affacciano istinti primordiali, non riusciamo più a controllare le nostre reazioni. Anche senza poterla descrivere, solo la parola ci mette angoscia, il nostro umore diventa negativo.
La paura soprattutto si collega ad una intensa percezione di pericolo, ad uno stato ansioso che ci fa temere che dietro il cigolìo di una porta ci sia la figura di un criminale pronto a massacrarci, come spesso accade nei film del terrore. Un effetto ben studiato e molto utilizzato proprio nel settore cinematografico, teatrale e televisivo, che fa leva proprio su questo aspetto della nostra natura per ottenere un effetto sensazionale, anche se poi dalla porta si affaccia un gattino ancora più impaurito di noi.
Ma se si lavora con più cinismo su questo aspetto, si possono raggiungere effetti mediatici davvero devastanti, tanto da confondere realtà e fantasia, tanto da incutere nelle persone uno stato perenne di paura, di diffidenza, di pessimismo, come lo stesso Leopardi non sarebbe riuscito ad immaginare.
Si possono rendere le persone ricattabili con una sola ombra di dubbio, con un sinistro cigolìo; si può far credere in un imminente pericolo così come nella necessità di avere protezione per combattere la nostra ansia, come la mano materna accarezza il capo del bambino agitato per la febbre o per un brutto sogno.
Si può far credere che la propria libertà possa essere ridotta o amputata per lasciare spazio ad una libertà più grande, più ampia; si può fare in modo che la ricerca di una propria maggiore sicurezza possa essere proporzionale ad una minore libertà, come capita quando per difendere un proprio patrimonio ci si circondi di gorilla o di allarmi di ogni genere, senza accorgerci che proprio così limitiamo la nostra libertà.
Oggi la nostra paura più grande e più diffusa è di perdere la nostra ricchezza, di perdere il nostro stato sociale, di perdere i diritti acquisiti (tra l'altro, spesso non da noi ma da chi ci ha preceduti). Abbiamo paura di perdere qualcosa per cui non abbiamo fatto fatica ad acquisirne il possesso, e diamo o rinnoviamo fiducia solo a chi ci promette di difendere questo nostro "diritto".
Vogliamo più sicurezza nella nostra vita, ma in realtà non sappiamo nemmeno se siamo minacciati e da chi e che cosa. Però basta che ci dicano che le cose stanno così, e banalmente siamo più portati a credere che effettivamente qualcuno ci stia minacciando piuttosto che credere che non corriamo alcun pericolo. A farci decidere è proprio la paura.
Potremmo per assurdo dire che siamo liberi di aver paura.
C'è anche chi dice che la paura ci fa vivere più a lungo. Sarà anche vero, ma come? Quale può essere la qualità di una vita vissuta prigionieri della paura? Ma ce ne rendiamo conto?
C'è un romanzo di Asimov che parla di un'astronave che arriva sulla terra, e come una spece di circo spaziale, offre a caro prezzo la visione di ogni genere di essere vivente raccolto nella galassia. La gente passa dietro una spessa lastra di cristallo, protetti da una salutare grata di robusto ferro; passa lungo questo corridoio e resta discosta dalla superficie del vetro, quasi inorridita di quelle strane figure che si vedono oltre la trasparenza del cristallo. Molti hanno paura, ma è proprio questo che rende più emozionante lo spettacolo.
Dall'altra parte del vetro, alcuni di questi esseri strani commenta: "Abbiamo proprio speso bene i nostri soldi! Valeva davvero la pena di arrivare fin qui per vedere quanto strani siano gli abitanti di questo pianeta!". Chi è davvero in gabbia? Chi dovrebbe avere paura?
Riflettete...

venerdì 28 maggio 2010

Marketing e Politica

Da sempre, si sa, la politica usa l'enfasi, la retorica, la drammatizzazione per rendere più comprensibili, accettabili, visionarie le proprie tesi. Qualcuno dice che la politica è menzognera, che dice delle balle sacrosante e talvolta anche pesanti per dare interpretazioni o coprire manchevolezze.
Non sfugge a nessuno che l'espressione "segreto di Stato" fa venire i brividi, dando una prospettiva angosciante del mondo che ci circonda.
Tuto questo però, solo fino a qualche lustro fa. Fino a quando il Marketing non ha fatto la sua comparsa nella politica italiana (in particolare) e internazionale (in generale).
Questa piccola differenza forse non è stata colta da tutti, ma vorrei che i più giovani si andassero a rileggere le pagine di storia prima degli anni '90, vedessero qualche filmato, qualche intervista, qualche spezzone di quella realtà, e la confrontassero con l'attuale. Sarebbe facile dire che il profeta di questo cambiamento sia stato Berlusconi, ma io ritengo che lui sia stato solo un ottimo enfatizzatore di una situazione già presente di suo.
La comunicazione è sicuramente cambiata, ma non è possibile istituzionalizzare l'illusione per giustificare i propri errori ed omissioni. Prendete il dibattito recente sulla crisi economica.
Esiste? Non esiste? E' finita? No, ma si sta risolvendo. Però la ripresa sarà lenta, vi sono i primi segnali ma tardano a dare evidenza... effetto marketing.
Parafrasando la frase di un libro: il marketing è fatto della stessa sostanza dei sogni. E questo può essere terribile, perchè se da una parte costituiscono l'essenza della fantasia umana, dall'altro i problemi che la politica incontra sono estremamente concreti, misurabili e vicini alla nostra vita quotidiana.
Faccio un altro esempio: l'abolizione dell'ICI. L'idea di una finanza creativa, che toglie senza mettere. Non esiste: in natura, nulla si crea e nulla si distrugge. Così anche in finanza.
A minori entrate corrispondono minori uscite o minori possibilità di spesa. Lo sanno bene, molto bene, tutte le amministrazioni locali. Mai come in questo periodo assistiamo ad uno scontro istituzionale fondamentale: il Governo in conflitto con le Amministrazioni Locali, in gran parte governate da amministrazioni di centrodestra.
Riprendo solo due esempi, sulla manovra annunciata nei giorni scorsi dal Governo: uno del sindaco di Varese, Fontana (che è anche presidente regionale dell'ANCI): "Gli enti locali sono strangolati"; l'altro del presidentissimo Formigoni che annuncia battaglia: "Insostenibile per la Regione". Mi chiedo a questo punto quale sia il livello di interazione tra Governo centrale ed Enti Locali e quanto di ciò che ognuno afferma sia basato sulla realtà dei fatti e quanto sia marketing, perchè su questioni così c'è poco da avere fantasia.
In mezzo a tutto questo ci sta il cittadino, il quale non ha molte possibilità di sfuggire al suo destino. Come tutte le strutture a piramide, è lo strato più basso quello che supporta il peso di tutta la struttura. Per riprendere l'esempio di prima sull'ICI, il cittadino è stato contento (in un primo tempo) di aver pagato meno tasse locali, ed ha dato il suo consenso a chi glielo proponeva; ma poi oggi si lamenta della qualità delle strade, dell'illuminazione pubblica, dei marciapiedi che mancano, dei servizi pubblici locali, e questi sono tutti erogati proprio con quei denari che si ricavavano da quelle imposte. Eppure fa fatica a rimuovere il suo consenso elettorale a coloro che lo avevano illuso con una semplice manovra di marketing.
Le soluzioni che rimangono ai comuni sono quelle sanzionatorie: i vigili diventano più "cattivi", non tollerano più la sosta selvaggia o il giallo al semaforo, oppure si scoprono inefficenze passate della pubblica amministrazione in merito, ad esempio, alla Tassa Rifiuti, e si cerca di spremere qualche euro in più dalle tasche (peraltro sempre più vuote) dei cittadini.
Potrebbero bastare queste considerazioni per rendersi conto che questa crisi è ormai così radicale e profonda che condizionerà a lungo il nostro futuro e creerà per forza di cose una trasformazione di abitudini e convinzioni da tempo patrimonio del nostro modo di vivere.
Purtroppo esistono ulteriori problemi che qui non posso analizzare nel dettaglio, ma che sono parte integrante di questa crisi. Vengono da lontano e sono molto più grandi di quanto noi stessi riusciamo ad immaginare. Anche qui, per non essere vaghi, vi faccio un esempio: quanto pensate che la Cina possa essere presente nella vostra vita? Guardate le cose attorno a voi e cercate di capire quante di esse sono originate (made in) in quel paese e quante no.
Quindi, se vi si avvicina qualcuno e vi dicesse che i cinesi sono tutti comunisti, che bisogna aver paura dei comunisti, vi do un consiglio: tirategli un calcio nei maroni, così gli impedirete di mettere al mondo altri pirla come lui. Io non sono e non sono mai stato comunista, e l'unica cosa di cui ho veramente paura è l'ignoranza. Ed il marketing fa molto leva su questa neppure troppo latente ignoranza.

martedì 25 maggio 2010

Uno spensierato giorno di sole

Mia moglie ha un cugino che si chiama Simone. Da anni vive lontano da Busto, da molto tempo risiede all'estero, ma ogni tanto torna a casa. Come qualche giorno fa, uno degli ultimi giorni di pioggia intensa che abbiamo avuto durante questa strana primavera.
La strada era un fiume in piena, i marciapiedi allagati e impraticabili. Le auto passando sollevavano vere e proprie ondate d'acqua, che avrebbero ricoperto qualsiasi povero passante.
Lui mi guarda e a bruciapelo mi chiede: "Cosa è cambiato in città durante questi ultimi 15 anni? Sandro, tu sei in consiglio comunale, dimmi: quelli che dovevano cambiare la città, quelli che dovevano rendere tutto migliore, cos'hanno fatto in questi quindici anni?".
Per un lungo ed intenso attimo non ho saputo cosa rispondere. Improvvisamente mi sono trovato imbarazzato, come lo studente cui l'insegnante pone la domanda finale di un esame, convinto di poter rispondere facilmente, ma rendendosi istintivamente conto che a quella domanda potrebbero esserci diverse risposte, o addirittura nessuna.
Perchè quell'imbarazzo? Sarebbe facile affermare che la colpa è di chi governa la città da tutto questo tempo, che la tesi implicita nella domanda avrebbe bisogno solo di una tiepida conferma per essere liberato dal laccio che improvvisamente ha iniziato a stringermi la gola.
Sarebbe facile, eppure non è così semplice. Certo, chi ha governato lo ha fatto in modo becero e sciocco, arrognate perfino. Ma usare questa affermazione solo per nutrire il personale amor proprio, scaricando sugli altri tutte le responsabilità, non funzionerebbe con una persona intelligente come Simone.
Forse la sua stessa domanda è fatta per riflettere e nasconde un bonario rimprovero: "Voi cosa avete fatto per impedire che questo accadesse? Il vostro essere opposizione, il vostro controllare l'azione di questo governo della città, come si è concretizzata?".
Io ho forse più paura di rispondere a questa inespressa domanda che non alla prima, così semplice, limpida, schietta. Penso che la vera domanda sia la seconda, per cui accusare semplicemente le precedenti ed attuali amministrazioni, potrebbe apparire pilatesco, un modo per non assumersi le proprie responsabilità.
D'altra parte, perchè la gente che ha occhi per vedere, lingua per parlare e orecchie per sentire avrebbe dovuto dare ascolto e fiducia all'atttuale maggioranza, o alle tre precedenti, più o meno sempre dello stesso colore? Perchè?
Se il voto è espressione di fiducia, ci sarebbe da pensare che la gente preferisca affidarsi a chi ne tradisce in anticipo la buona fede, chiedendo nel merito una delega in bianco, piuttosto di affidarsi a chi ha imparato, negli anni, solo a perdere "con onore". L'icona dello sconfitto non piace a nessuno, difficile pensare che chi deve decidere le sorti della città col proprio voto si affidi ad un perdente.
Perchè oggi l'immagine conta, forse più della sostanza. Ed è difficile scrollarsi di dosso l'immagine del perdente.
"Niente, Simone, non hanno fatto niente. Non hanno fatto nemmeno lontanamente quello che avrebbero fatto coloro che governavano nella Prima Repubblica. Ma la pioggia passa, il sole ritorna e tra poche ore non ci sarà più nemmeno l'ombra dell'umido sulla strada, le pozzanghere si asciugheranno e la gente avrà dimenticato la pioggia, i disagi, i problemi. Pare che il giorno delle elezioni locali, da queste parti, da 15 anni in qua, sia uno spensierato giorno di sole. E noi non abbiamo ancora capito come si possa far piovere, quel giorno".

domenica 25 aprile 2010

Elio lo sapeva!

Siamo la splendida dimostrazione...
Che dal rispetto della tradizione...
Può nascere un gran partitone.
Là, nell'orto della speranza,
Non faremmo differenza tra nord e sud:
Noi saremo i nuovi Robin Hood
Della nazione.

Chi non la pensa così, come noi,
Non fa parte della Lega dell'amore
Che come simbolo ha il cuore della mamma.
Chi non ragiona così, come noi,
Farà i conti con la Lega dell'amore
Che è finanziata coi baci e con i sentimenti.
E lo statuto sta tutto in una sola riga, che dice:
“Gioia, fratellanza, cuore, amore, mamma, t'amo” e nulla più.

(Elio e Le Storie Tese, La Lega dell'Amore)

venerdì 12 febbraio 2010

La fragilità del giudizio

Cercando di continuare il discorso sul lavoro, arriviamo al punto in cui solitamente una volta l'anno, un lavoratore dipendente arriva ed è quello della verifica col capo.
Il problema si pone per tutte quelle figure che hanno un lavoro difficile da valutare, qualitativamente e quantitativamente. Ad esempio, se fossimo di fronte ad un cottimista, potremmo facilmente contare quanti pezzi ha fatto e come li ha fatti, da cui determinare l'affidabilità del soggetto.
Ma quando questo accade in un'azienda dove esiste un sistema piramidale a più livelli, parliamo di almeno un'azienda con 200 dipendenti e più, il sistema di valutazione diventa difficile e talvolta complicato, soprattutto quando si cerca di renderlo trasparente.
Uno dei sistemi più in voga si rifà ad una sigla inglese, MBO (management by objectives, gestire attraverso obiettivi): sembrerebbe semplice e trasparente, ma non è così. In sostanza, si tratta di assegnare obiettivi raggiungibili, misurabili e definiti per valutare la produttività di un dipendente. Peccato che ogni tanto il valutatore non sia in grado di fare questo lavoro ed il suo metro si discosti terribilmente dal percepito del lavoratore, oppure viceversa.
E' quanto mai difficile creare delle situazioni neutre di giudizio che permettano di poter confrontare serenamente la questione, per cui alla fine almeno una delle parti (non necessariamente il dipendente) avrà la sensazione che la valutazione non sia stata corretta.
Dal sistema di valutazione dipende la carriera del lavoratore dipendente; trovare ostilità da parte di un capo potrebbe voler dire non riuscire più ad avanzare in carriera, creando frustrazione e situazioni di involuzione psicologica. D'altra parte, ci possono essere persone disposte a tutti i compromessi del mondo pur di mantenere o migliorare la propria posizione.
Pubblico o privato, non fa molta differenza. La giustizia è un'arte difficile da amministrare, figurarsi quando a giudicare sono persone assolutamente prive di ogni equilibrio o troppo esposte emotivamente nei confronti del giudicato. Una volta era il "padrone" a decidere chi prendeva l'aumento e chi veniva licenziato, chi veniva promosso e chi non avrebbe presso un ghello.
Un sistema profondamente ingiusto, ma incontestabile.

lunedì 11 gennaio 2010

Voglio correre il rischio di essere informato

Per fortuna c'è Famiglia Cristiana. Perchè se fosse per altre fonti di informazione, di certe cose ne sapremmo poco, davvero poco. Nel numero di questa settimana ci sono molte cose interessanti, come il dibattito tra un parroco ed un missionario che apre uno scenario sconcertante tra chi vive la realtà qui, comodamente adagiato nella rilassante tranquillità occidentale, e chi vive tutti i giorni lungo il confine più evidente tra la vita e la morte.
Ma è l'articolo di Franca Zambonini che attira la mia attenzione. Dice la giornalista: "Sui giornali e in Tv è apparso l’abituale ripasso delle notizie più notevoli del 2009, una carrellata di storie e immagini utile a rivisitare fatti, personaggi, dolori, delitti, processi, scandali, pettegolezzi. Insomma, tutto ciò che ha segnato l’anno appena concluso. Dalla rassegna mancano, si capisce, le notizie dimenticate. Sono quelle escluse dalle cronache. Non per qualche misterioso complotto o accordi sottobanco dei signori dell’informazione. E neppure per censura, che da noi esiste soltanto come autocensura, una forma di limitazione cui si ricorre per non scontentare il potere o procurarsi nemici. Ma semplicemente perché non provocano scalpore, non mettono ansia e non fanno vendere più copie.
Un esempio di informazione ansiogena è stata quella sull’influenza detta "suina", presentata come una tragicommedia in due atti. Atto primo: un diluvio di paginate e servizi televisivi sull’incubo della prevista pandemia. Atto secondo: una pioggerella di smentite ci ha fatto sapere che l’influenza non era più pandemica e neppure "suina", ma la solita di ogni autunno. Così la grancassa aveva diffuso l’allarme, poche righe l’hanno fatto rientrare, tra le proteste dei lettori, le spiegazioni impacciate dei virologi e i guadagni miliardari delle aziende che producono i vaccini".
Ecco. Inutile dire che sono perfettamente d'accordo, che non è vero che viviamo in un paese libero finchè non potremo avere la possibilità di scegliere anche che tipo di informazione vogliamo.
E proprio nel momento in cui più di ogni altra epoca vengono evocate anche nei nomi dei partiti aspirazioni fondamentali dell'Uomo, come la Libertà e l'Amore, ci ritroviamo schiavi della nostra pigrizia e dell'irrequietezza morale che ci fa sempre agitare per le cose che hanno meno significato per la nostra vita.
Sembra ogni tanto di essere in un teatro dove il burattinaio di turno dica: "Tutti in piedi", oppure "Tutti seduti", e noi lesti a dargli corda e soddisfare la sua lucida follia, convinti però che stiamo solo agendo "liberamente", sulla base del nostro libero arbitrio, che è ciò che consente a tutti, laici e confessionali, di sentirci comunque nel giusto.
Perchè quando cade un aereo all'estero con duecento persone a bordo, senza superstiti, la prima notizia che viene data e che ci fa tirare il fiato è che "non c'erano italiani a bordo"; ma se c'erano duecento persone, ciò significa che ci sono duecento esseri umani morti. Poverini. Ma non erano italiani.
Quanto conta la razza, la nazionalità, il colore nella nostra scala dei valori? Tantissimo.
Consentitemi di pubblicare anche il resto dell'articolo, e di lasciarvi liberi di trarne un vostro parere personale. Ringraziando Famiglia Cristiana di esistere.
"Un altro esempio di notizie dimenticate riguarda ciò che succede fuori del pollaio di casa nostra. Quest’anno l’Africa farà tanto rumore perché ospiterà per la prima volta i Mondiali di calcio. Sapremo tutto sui trionfi o le sconfitte, ma resteranno ancora una volta ignorate le piaghe del continente, come lo sono state nel 2009. Tra le dimenticanze più colpevoli c’è il dramma della Somalia, dove la violenza tra le fazioni islamiste provoca lutti paurosi e la fame colpisce il 40 per cento della popolazione. È uno dei Paesi più travagliati del mondo, però fa notizia solo per i pirati che assaltano le navi nel golfo di Aden e chiedono il riscatto. Il resto è silenzio.
Lo stesso silenzio ha coperto l’anno scorso molte crisi umanitarie. Veniamo a sapere dei milioni di bambini che muoiono di denutrizione e altri flagelli quando c’è un convegno della Fao che comunica le cifre, a malapena riprese dai giornali come è successo a novembre scorso.
Il rapporto annuale di Medici senza frontiere denuncia che i Governi hanno fermato gli aiuti nello Sri Lanka e nello Yemen, dove i conflitti armati sono aumentati nel 2009. Intanto sono diminuiti i fondi per contrastare l’Aids, la tubercolosi, la malaria; nel Sudan meridionale, nel Darfur, in Somalia i malati non hanno accesso alle cure.
A volte è la pubblicità a informarci meglio. Così è successo con l’appello "Magia nera", promosso dall’Associazione Amici dei bambini. Il bravo attore Silvio Orlando è apparso in efficaci spot televisivi a chiedere un aiuto per i bambini africani accusati di stregoneria e perciò abbandonati sulla strada. Di questa orrenda usanza non sapevamo niente, solo Benedetto XVI ne aveva parlato durante il suo viaggio in Angola, a maggio. All’appello di Orlando hanno risposto con un contributo più di 50 mila persone, finalmente informate.
Medici senza frontiere ha lanciato la campagna "Adotta una crisi dimenticata", rivolta ai media italiani affinché si interessino di ciò che succede al di là del nostro pollaio. Per non perdere di vista lo sfondo, che ci appartiene come tutto il resto
".

lunedì 4 gennaio 2010

Essere o Avere?

Anno nuovo... vita nuova, dice il proverbio, ma mi sa che da queste parti vige un altro proverbio: niente di nuovo sotto il sole. Per il 2010 vorrei fare un proposito: niente commenti "contro" (d'altra parte non mi sembra di averne mai fatti, se non eccezionalmente) e solo buone novità, goodnews. Mi piacerebbe anche scrivere qualche post in inglese, ma qui rischio grosso...
Allora mi limiterò per ora all'italiano, così che tutti (quelli che mi leggono) possano capire.
Volevo oggi proporvi una breve riflessione sulle parole di Monsignor Agnesi, prevosto di Busto Arsizio, proclamate durante l'ultimo Te Deum del 31 dicembre 2009.
Egli chiedeva che la società non si dimenticasse degli ultimi più ultimi, i senzatetto, coloro che sono più a rischio proprio durante questo periodo dell'anno; ed in questo caso stiamo proprio parlando di sopravvivenza. Chiedeva che restasse aperta la stazione ferroviaria, l'unica struttura in grado di accoglierli in un luogo caldo per la notte; chiedeva che a nessuno mancasse un tetto sopra la testa e che la fiera dell'edilizia (Ediltec) potesse essere in grado di trovare una possibile soluzione edilizia per questi casi.
Ed aggiungeva due cose che da tempo anch'io affermo: che il bisogno di chi abita in città non è solo e tutto quello che si manifesta presso gli uffici comunali, in particolare i servizi sociali; che vi sono troppe case nella ricca Busto Arsizio, vuote, senza nessuno che le abiti.
Certo, nessuno affitterebbe a persone che non sono in grado di pagare un affitto adeguato e che potrebbero distruggere un appartamento in poche settimane; ma allora, perchè tante case vuote?
Non voglio rispondere adesso a questa domanda, ma se qualcuno fosse interessato, recuperi una recente puntata di Report dove si parlava del perverso meccanismo finanziario che alimenta l'edilizia. Senza dimenticare che la bolla finanziaria della crisi mondiale è scoppiata proprio per le questioni legate ai mutui per la casa.
Tornando al nostro tema, chi si occupa degli ultimi all'inizio del nuovo anno? Caritas, San Vincenzo, parrocchie, associazioni come "Ali d'Aquila", e poi? Chi produce ricchezza non può pensare agli ultimi, anzi questi sono una zavorra che non permette al sistema di viaggiare alla massima velocità. Non ci servono poveri, zingari, emarginati, handicappati, persone problematiche, malati, vecchi... sono un peso per la società: non hanno risorse economiche rilevanti, non consumano, richiedono risorse che potrebbero essere impegnate diversamente.
La stazione ferroviaria è una struttura che prima di tutto deve servire per i passeggeri, i quali durante la notte viaggiano pochissimo: perchè spendere soldi per scaldare un ambiente che non serve a nessuno? Ah, per evitare fraintendimenti: questa vuole essere una domanda retorica, non priva di sarcasmo...
Concludo con questa riflessione: quanto vale una vita umana? Ci sono vite che valgono di più e vite che valgono di meno? Ci sono vite che possono essere salvate e altre che possono essere sacrificate? Il valore della vita dipende più dal colore della pelle o dal conto in banca?
I neri in America hanno iniziato a significare qualcosa da quando hanno migliorato il proprio tenore di vita, fino a diventare (alcuni) perfino più ricchi degli stessi bianchi... e da noi lo stesso sta succedendo con gli extracomunitari.
Allora, il dilemma è: essere o avere?

domenica 20 dicembre 2009

MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Ottava

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009TESTO LETTO DAL CARDINALE

Guardiamo a Cristo

È richiesto un grande investimento educativo da parte di tutti. All’Angelus del 1° gennaio di quest’anno il Papa conclude con un’annotazione di particolare importanza: «Gesù Cristo non ha organizzato campagne contro la povertà, ma ha annunciato ai poveri il Vangelo, per un riscatto integrale dalla miseria morale e materiale. Lo stesso fa la Chiesa, con la sua opera incessante di evangelizzazione e promozione umana…».

È dunque a Cristo che dobbiamo guardare, come singole persone, come città di Milano, a lui che è il “buon samaritano” e che vuole continuare a essere presente e operante nella storia dell’umanità ferita e bisognosa di “cura” tramite la nostra mediazione.

Quella di Cristo è una presenza che ha i segni del Crocifisso, che sa attraversare le situazioni umane di fatica e di sofferenza assumendole, facendosene carico. Conserviamo la presenza del crocifisso, simbolo cristiano ma anche simbolo profondamente umano. Di fronte ad esso siamo tutti richiamati a interrogarci sul significato che hanno il soffrire e il morire, così come possiamo ritrovare la speranza per superare le situazioni di dolore e di morte. Ma il Crocifisso è risorto! Non limitiamoci a considerare il crocifisso come segno di un’identità. Dobbiamo passare dal simbolo alla realtà, alla realtà di Gesù Cristo morto e risorto e veniente, persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile. Conserviamolo questo simbolo, ma soprattutto viviamolo con umile, forte e gioiosa coerenza.

Concludiamo con una riflessione che sant’Ambrogio pone al termine del suo commento alla parabola del buon samaritano.

«Siccome nessuno è maggiormente prossimo di Colui che guarì le nostre ferite, amiamolo come Signore, ma amiamolo anche come prossimo; nulla è tanto prossimo quanto il Capo alle membra. Amiamo anche chi è imitatore di Cristo, amiamo chi ha compassione dell’altrui indigenza secondo l’unità che vige nel corpo. Non è la parentela che fa il prossimo, ma la misericordia» (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VII,84).

+ Dionigi card. Tettamanzi

Arcivescovo di Milano
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Eccoci arrivati alla conclusione di questo percorso, di questa lunga, ma credo bella lettura che possa appassionare anche chi non sia cristiano o non sia credente, perchè le parole dell'Arcivescovo vanno oltre ogni limite religioso ed entrano con grande partecipazione nel quotidiano.
Alla fine del suo discorso il Cardinale Tettamanzi parla del Crocifisso, ne parla come simbolo e del suo significato (dobbiamo passare dal simbolo alla realtà), ancora una volta per farci comprendere che il vero significato di questo segno della cristianità è il suo messaggio universale: Amiamo anche chi è imitatore di Cristo, amiamo chi ha compassione dell’altrui indigenza.
Il 10 dicembre 2009 il Consiglio comunale di Busto Arsizio ha discusso per un'ora e mezza, dalla mezzanotte alle 1.30, circa la sentenza del Tribunale della Corte d'Europa per la rimozione del Crocifisso dai luoghi pubblici. Siamo in un clima di tale confusione, che si arriva a dire cose e compiere atti (per quello che ci ha portato la cronaca sulle decisioni prese da alcuni amministratori locali) che sfiorano la cialtroneria. Che tristezza.
Per guadagnarsi il consenso si arriverebbe a dire che la propria madre sia vergine.
Il Cardinale ci mette in guardia proprio da questo atteggiamento di superficialità, ci invita a vivere, testimoniare le parole di Cristo, invece di difendere unicamente i suoi simboli, cosa molto comoda che non comporta alcun impegno personale.
Chi ha avuto la pazienza di leggere il testo del Cardinale, più ancora che i miei commenti, risponda ora alla domanda: ma perchè Calderoli ha attaccato queste parole in modo così meschino e gratuito?
Penso che la migliore risposta sia che a distanza di un paio di settimane da questa polemica, la gente a malapena la ricorda, mettendola fra una delle tante sceneggiate della politica italiana di questi tempi.

sabato 19 dicembre 2009

MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Settima

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009 TESTO LETTO DAL CARDINALE

Una conversione è possibile?

In questo senso ripropongo la chiamata alla conversione, esattamente nella linea proposta da Benedetto XVI il 1° gennaio 2009 e – in termini ampi e dal valore profetico – nell’enciclica Caritas in veritate. Il Papa invita a vedere la crisi “come un banco di prova”, ponendo questi interrogativi:

«Siamo pronti a leggerla, nella sua complessità, quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro? Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante?».

Si esige un cambiamento radicale, lungimirante e teso al bene comune globale. Si esige una progettazione di ampio respiro, capace di andare oltre le risposte immediate ed effimere, capace di dare un volto nuovo alla nostra Città. Una progettazione che riguardi tutti i grandi capitoli della vita sociale.

La direzione tracciata è precisa: si tratta di favorire, diffondere e condividere modelli e stili di vita insieme profetici e praticabili, capaci di far crescere le virtù e le opere della sobrietà e della solidarietà: nell’ambito personale e interpersonale, in quello comunitario e istituzionale.

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Si sta preparando la conclusione. Il Cardinale, dopo questa approfondita analisi, prepara la logica conversione nell'ottica che gli è più congeniale, quella del Pastore del Popolo di Dio: la converesione delle coscienze, l'attuazione di modelli di vita praticabili, una visione profetica ed innovativa della vita della comunità che deve affrontare prove sempre più difficili.

Se l'unica risposta sarà il perpetuare modelli che risultano già perdenti alla luce della Storia, non vi sarà possibilità di futuro. Essere pionieri significa fare qualcosa che nessuno ha ancora sperimentato, ovvero fare cose note in modi diversi e più stringenti alla realtà di un mondo in movimento.

Avviciniamo questa visione del Cardinale a quella di Darwin: nella linea dell'evoluzione non vince la specie più forte, ma quella che meglio impara ad adattarsi alle mutate condizioni. Essere cristiani non dà alcuna garanzia di sopravvivenza, nemmeno chiudendosi dentro la nostra Masada, come vorrebbe qualcuno. Dobbiamo invece imparare da ciò che la Natura ci ha insegnato, che forse è la massima e più vera impersonificazione dell'Altissimo.

venerdì 18 dicembre 2009

MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Sesta

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009 TESTO LETTO DAL CARDINALE
Il futuro della Città: Expo 2015 e vita quotidiana
In questa prospettiva Milano deve considerare le opportunità legate a Expo 2015. Lo stesso tema prescelto “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” offre un ambito dove la sobrietà, rettamente intesa, può essere un fattore determinante. La sfida di “nutrire il pianeta” – meglio dire, tutte le persone che vivono e vivranno sulla Terra – esige infatti un profondo ripensamento dell’uso delle risorse. Richiede intelligenza per escogitare forme nuove di uso e valorizzazione dei beni; pretende un salto di qualità nell’intendere in modo nuovo e solidale i legami tra le nazioni e l’interconnessione tra i diversi attori pubblici e privati della produzione e del mercato; spinge a impiegare energie per la ricerca agro-alimentare; comporta impegno per cercare modalità di dialogo e di scambio, di conoscenza e di risorse, per una crescita equilibrata e solidale del pianeta.
Ovviamente la realtà di Milano non può esaurirsi nell’avventura dell’Expo. La speranza è che questo evento possa far da traino per un ripensamento globale di Milano in termini innovativi, economicamente solidi e promettenti, aperti a una visione profondamente etica e responsabile.
Diventa inevitabile a questo punto interrogarci sulle concrete applicazioni quotidiane della sobrietà come via alla solidarietà nell’ambito della nostra Città, in riferimento, ad esempio, alle risorse pubbliche e al loro impiego.
Milano è spesso etichettata come città “del fare”. La sobrietà può rinverdire questo nobile appellativo: un “fare” che non deve riguardare solo la dimensione produttiva ma che vuole mirare ai risultati concreti a beneficio di tutti gli abitanti; un risultato che si raggiungerà eliminando tutto ciò che è superficiale, vuota apparenza, perdita di tempo e spreco di risorse. Non abbiamo forse la sensazione che si punti alla costruzione di campagne di comunicazione e di immagine, nascondendo la consistenza reale dei problemi, più che alla soluzione dei problemi stessi e all’offerta di servizi efficienti e per tutti? Sono convinto che chi per vocazione, per lavoro, per servizio, per mandato pubblico, per elezione è chiamato a operare per gli altri debba essere sobrio per incontrare realmente le donne e gli uomini nelle loro esigenze, per mettere al centro delle proprie attenzioni i problemi delle persone e delle famiglie e, quindi, per risolverli.
La festa di sant’Ambrogio può suonare come appello a un sussulto di moralità e spiritualità nei nostri stili di vita. La nostra Città è interessata – e lo sarà sempre più – da progetti di realizzazione di grandi opere che esigono ingenti quantità di denaro e per le quali sono possibili interferenze e infiltrazioni di criminalità organizzata. Divengono quindi ancora più urgenti da parte di tutti – e specialmente di chi ha maggiori responsabilità – il rispetto di norme semplici, chiare ed efficaci, il confronto con la coscienza morale, la rettitudine nell’agire, la gestione corretta del denaro pubblico.
In ambito ancor più personale, vivere secondo sobrietà aiuta a verificarsi su quale sia la vera sorgente della felicità. Con uno stile di vita sobrio è facile smascherare l’illusione che la felicità provenga dal possesso delle cose, da un’esistenza condotta sempre “oltre il limite”. Troppe persone – e non solo i giovani – sembrano alla ricerca di uno “stato di ebbrezza permanente” da perseguire con eccessi (di sostanze stupefacenti, di alcool, di sensazioni ed emozioni forti) quasi per dimenticare quanto sia seria e impegnativa la vita, quasi per sfuggire alle proprie responsabilità, quasi per volersi sottrarre al compito di ricercare quella felicità duratura e profonda che deriva dalla piena e autentica realizzazione di sé. Questi stili di vita esaltano l’individualismo, corrono il rischio di distruggere i soggetti, allentano i legami sociali, indeboliscono la Città.Persone autenticamente felici, invece, portano un grande contributo alla costruzione di una Città migliore: la vera gioia, infatti, non presenta mai i tratti dell’egoismo bensì del dono di sé, scaturisce dalla ricerca del bene dell’altro. Se anzitutto i fedeli di questa Città – ed è il pastore, il Vescovo ad esprimersi così – vivranno con sempre maggiore coerenza il loro essere cristiani, la ricerca del bene dell’altro genererà un intreccio virtuoso che renderà Milano coesa, capace di curare e guarire le ferite dei suoi abitanti. Stili di vita personali virtuosi sprigionano la forza per rinnovare la Città.
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Torno a leggere e commentare insieme a voi la lettera del Cardinale, dopo un breve intervallo di carattere personale. E partirei da quella che, al di là della provocazione circa il senso dell'Expo 2015 e la sobrietà che dovrebbe trascinare con se, secondo me, è l'istanza chiave di questo capitolo, la domanda che L'Arcivescovo di pone in modo diretto e inequivocabile: "Non abbiamo forse la sensazione che si punti alla costruzione di campagne di comunicazione e di immagine, nascondendo la consistenza reale dei problemi, più che alla soluzione dei problemi stessi e all’offerta di servizi efficienti e per tutti?"
Una domanda che personalmente mi sono fatto e vi ho fatto più volte, una sensazione di disgusto che si affaccia ogni volta che si va in comunicazione, ogni volta che si accende la radio o la televisione e si guarda un telegionale, si legge una pagina di quotidiano. La sensazione ed in alcuni casi la certezza che in certi momenti essi sembrano essere più megafoni del potere usciti dalla fantasia di Orwell che reale cronaca della vita quotidiana.
Si fa fatica a capire il peso della vita da questi balconi affacciati non si sa bene verso quale realtà.
Una realtà comoda, che vogliamo sempre più specchio delle nostra aspirazioni, delle nostre voglie e dei nostri vizi più che della vera realtà, della crudeltà della vita, della durezza della verità.
"...Quanto sia seria e impegnativa la vita, quasi per sfuggire alle proprie responsabilità...", ci si dovrebbe sentire stimolati da queste parole, si dovrebbe sentire dentro la voglia di lottare contro chi ci fa immaginare un tipo di vita che poi non riscontriamo nella realtà.
Mi permetto un riferimento alla cronaca odierna: chi accusa Facebook o i blog di diffondere odio e falsità dimentica quanto siano falsi e odiosi i servizi giornalistici del servizio pubblico radiotelevisivo, che pure i cittadini pagano per avere una informazione seria ed equilibrata, ma che da sempre sono solo teatrini del potere, della partitocrazia, come direbbe Pannella.
Di questo ci si dovrebbe semplicemente vergognare. Poi non può mancare la condanna ferma e decisa verso chi deliberatamente ed in modo spesso solo goliardico, ma comunque scorretto, usa di questi strumenti per fomentare sentimenti di violenza gratuita, fornendo il pretesto a chi verrebbe far tacere la voce di chi ha in questi strumenti la sola possibilità di dissentire in modo civile e democratico.
La critica dura di questo stile di comunicazione arriva fino alla condanna di chi usa delle risorse pubbliche per scopi personali o criminali. Expo2015 è una ingente fonte di denaro, e già abbiamo avuto l'evidenza che la criminalità organizzata si sta facendo viva per prendersi buona parte della torta. Saper riconoscere l'onesto dal disonesto non è facile; oggi troppi criminali girano in giacca e cravatta, effettuano buona parte degli investimenti derivanti dal crimine di base attraverso canali tradizionali e leciti. Occorre vigilare, non sottovalutare segnali che possono far capire come la società si stia imbarbarendo diventando sempre più elegante, ricerca e raffinata.
Non diamo spazio all'apparenza per determinare le qualità morali di chiunque.

mercoledì 16 dicembre 2009

MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Quinta

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009 TESTO LETTO DAL CARDINALE

La sobrietà favorisce lo sviluppo
La sobrietà non è solo un valore personale e individuale, è anche un valore sociale, comunitario: coinvolge la Città come tale.
Una delle più frequenti obiezioni alla sobrietà va al cuore della questione: l’industria e il terziario tengono solo se ci sono consumi, il cui calo comporta il calo della produzione. Ora la sobrietà pare esigere una riduzione dei consumi e, se attuata, andrebbe contro lo sviluppo, divenendo fonte di gravi problemi a cominciare dalla disoccupazione. Dunque la sobrietà potrebbe apparire un valore estraneo per Milano! Sobrietà, però, non significa non consumare e non produrre. È piuttosto “utilizzare” non in un’ottica di spreco, bensì di saggio impiego, finalizzando così la produzione e i servizi ai veri bisogni dei singoli, per crescere nel benessere condiviso.
La sobrietà muove dalla consapevolezza che le risorse sono limitate e che vanno quindi ben utilizzate. Essa stimola l’intelligenza e la capacità di ciascuno perché sappia usare al meglio le opportunità che vengono offerte per il singolo e per gli altri, per l’intera umanità. La sobrietà non danneggia l’economia ma è a favore di una sua realizzazione sapiente perché mette al centro la persona e le sue esigenze più vere. È questo l’insegnamento della Chiesa riproposto nell’enciclica sociale Caritas in veritate.
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Quello che ci propone il Cardinale in questo passaggio pare essere un paradosso: come può la sobrietà essere fattore di sviluppo? Spero di interpretare bene le sue parole se leggo in questo una rielaborazione efficiente ed efficace di ciò che oggi è il risultato peggiore del consumismo, lo spreco, l'abbondanza, il superfluo, trasformati in positività a favore della collettività.
Questo può avvenire senz'altro attraverso una diversa e consapevole scelta dei prodotti fin dal loro apparire, lasciandoci guidare meno dalla pubblicità e dal marketing per arrivare ad una razionalità di consumi, che alla fine spingerebbe gli stessi produttori ad una più attenta selezione dell'offerta.
Dall'altro, incidere proprio sulla filiera del prodotto, rivalutando produzioni che ormai tendono a scomparire o sono addirittura scomparse, accorciare i tempi e i luoghi di produzione-consumo, ottimizzare e valorizzare le risorse locali.
Infine, utilizzare fino in fondo i prodotti alimentari per proporre, sulla linea del Banco o della Colletta Alimentare, un maggiore e migliore sfruttamento del prodotto affinchè possa essere consumato nel suo periodo immediatamente antecedente la scadenza, invece di essere destinato a distruzione.
Tutto ciò, inoltre, andrebbe a pesare sul ciclo dei rifiuti, riducendone il volume e migliorandone la qualità, ai fini di un migliore impatto ambientale ed una maggiore qualità della vita. E questo si traduce in un'altra parola efficace: occupazione. Realizzare queste filiere presuppone ricerca e sviluppo tecnico, migliori strumenti a disposizione delle varie aree interessate, innovazione e profittabilità. Se vi par poco...

martedì 15 dicembre 2009

MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Quarta

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009 TESTO LETTO DAL CARDINALE
Non c’è solidarietà senza sobrietà
Ed ora, proprio nel contesto di Milano chiamata a un supplemento di solidarietà, giungo a un’affermazione forse inattesa: quella riguardante la sobrietà. Sì, la nostra Milano, come tutte le città e forse ancor più delle altre, ha bisogno di sobrietà. Vorrei ricordare quanto dissi nell’omelia della S. Messa della notte dell’ultimo Natale in Duomo quando rivolsi un invito alla conversione: «C’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà, segno di giustizia prima ancora che di virtù».
A distanza di quasi un anno, sento di dover ripetere queste parole, invitando a recuperare la fatica e la gioia della sobrietà. La sobrietà è possibile, in essa c’è il segreto della vita buona e bella, anche se il cammino per arrivarvi è difficile e chiede che si cambi lo stile di vita. Con la sobrietà è in questione un “ritornare”, come se si fosse smarrita la strada. Ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione.
Soprattutto la sobrietà è questione di “giustizia”. Siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco, e anche nella nostra Città c’è chi sta molto bene, mentre sempre più aumenta il numero di chi fa più fatica. La sobrietà ci aiuta a costruire la giustizia, perché decide, sceglie e agisce secondo la giusta misura, e dunque sempre con l’attenzione vigilante ai diritti e doveri che si hanno nei riguardi sia di se stessi che degli altri, superando sempre eccessi e sprechi. In particolare la “giusta misura” nell’uso dei beni rende la sobrietà, da un lato nemica dell’avarizia, dall’altro amica della liberalità, ossia di una pronta disponibilità alla condivisione dei beni. Questa stretta connessione tra la sobrietà e la giustizia ci aiuta a comprendere come la sobrietà sia una via privilegiata che ci conduce alla solidarietà. Solo chi è sobrio può essere veramente solidale. Infatti la sobrietà crea gli spazi: nella mente, nel cuore, nella vita, nella nostra casa… La sobrietà apre agli altri e ridimensiona l’importanza eccessiva che diamo a noi stessi; ci apre agli altri e in ogni cosa ci interpella a partire dal bisogno altrui.
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Questa e la successiva sono, secondo il mio giudizio, le parti più innovative del discorso del Cardinale, quelle che guardano finalmente con occhio disincantato alla realtà attuale e ne affrontano i passaggi più duri, perfino più "fastidiosi" per coloro che hanno conquistato il benessere e ora lottano per mantenerlo.
Credo che questa dinamica sia nelle cose stesse della vita, se ci fermassimo un momento a riflettere: la sobrietà non è solo economica, ma anche intellettuale, culturale e sociale.
La nostra società invece, ha assunto i ritmi consumistici come nuova religione, come nuovo idolo a cui sacrificare tutto, persino la propria coscienza. Conta l'apparire, non l'essere. Conta l'apparire anche di più che l'avere.
La sobrietà cui fa riferimento l'Arcivescovo dovrebbe essere il modo con cui affrontare le nuove sfide di questo inizio millennio: la crisi è mondiale perchè è andato in crisi un modello globale, fatto di debiti contratti per avere questo modello di apparenza, che è contrario alla sobrietà. Un modello artefatto, truffaldino e arrogante, capace solo di rendere più poveri i poveri e più ricchi i ricchi attraverso un intricato sistema di generazione della ricchezza dal proprio debito.
Mi rendo conto di non essere in grado di rendere con parole semplici quello che il Cardinal Tettamanzi ha voluto esprimere, eppure sento in cuor mio che questo discorso è puramente rivoluzionario, innovativo e pacifico al tempo stesso, il modello che potrebbe aprire la strada all'Uomo Nuovo che ancora stiamo cercando.

lunedì 14 dicembre 2009

MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte terza

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009 TESTO LETTO DAL CARDINALE

Milano è una città solidale?

La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? È difficile rispondere con poche parole.

Come ogni città, anche la nostra Milano è una città composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da “città nella città”. Non ha un aspetto unico ed è inevitabile che sia così per una metropoli moderna.

E se la solidarietà non è solo il dare episodico ma una tensione interiore che si esprime in comportamenti abituali e permanenti, si fa inevitabile la domanda se la nostra città sia veramente solidale con tutti i suoi abitanti.

Milano è solidale con i bambini e il loro futuro se, ad esempio, sono sufficienti gli asili nido, le scuole materne, i parchi gioco. La città è solidale con i ragazzi se sa dare loro, insieme a un’offerta scolastica qualificata, anche opportunità educative, culturali, ricreative, quali momenti significativi per prevenire il disagio.

La città è solidale con i giovani se sa farsi carico delle loro domande e delle loro tensioni, se sa ascoltarli e guardarli con stima, fiducia, amore sincero. Ma è solidarietà offrire ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro forme di impiego quasi sempre precarie, quasi a voler approfittare della loro condizione, sfruttando le loro necessità?

La solitudine poi di tante persone manifesta il bisogno di solidarietà. Sono sole tante famiglie, alle prese con il peso di conflitti e violenze nascoste, con il dramma della separazione, con i problemi economici, con la malattia di un congiunto; sono soli tanti anziani, senza relazioni significative e prospettive per il futuro; rischiano di essere soli gli immigrati, spesso confinati – per chiusura o per rifiuto sociale – dentro i propri gruppi etnici…

Ma Milano offre anche molti esempi di autentica solidarietà. Penso a tutti i lavoratori che compiono bene il proprio dovere, con dedizione e generosità. Non sono poche le persone che hanno come tratto distintivo della propria vita il volontariato e nelle associazioni caritative. Voglio qui menzionare in particolare – insieme ai benefattori – le centinaia di volontari impegnati nel “Fondo Famiglia-Lavoro”, non solo per distribuire contributi economici, ma soprattutto per ascoltare chi ha perso l’occupazione, studiare con loro soluzioni per tornare a essere produttivi.

Non mancano gli imprenditori che sfidano la crisi economica affrontando sacrifici pur di salvaguardare il posto di lavoro dei propri dipendenti e di non far mancare il sostentamento alle famiglie; i ricercatori che sono attivi per migliorare le cure con cui combattere la malattia. Non manca chi progetta con intelligenza gli spazi della città per innalzare la qualità della vita delle persone. Come non citare poi chi opera per migliorare le condizioni di vita degli immigrati, chi si impegna per offrire percorsi di autentica integrazione, per coniugare solidarietà e legalità? Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere.

Sono innumerevoli coloro che nella vita quotidiana tengono gli occhi aperti alle necessità degli altri: attenzioni che si concretizzano in piccoli gesti e segni di prossimità, ma che – considerati tutti insieme – portano uno straordinario beneficio a tantissime persone per il loro equilibrio, per il loro benessere, assorbendo tanta fatica che, altrimenti, appesantirebbe la vita di molte persone e della Città nel suo insieme. Senza questi “angeli” della quotidianità la vita a Milano sarebbe per tanti sicuramente più difficile.

In questa prospettiva va promossa con decisione una “nuova solidarietà” che assuma la forma di una vera e propria “alleanza” intesa come incontro, dialogo, scambio d’informazioni, condivisione di interventi, collaborazione corresponsabile tra le istituzioni pubbliche e le forze vive della società civile, ovviamente nel rispetto delle diverse competenze e nel segno di una reciproca fiducia: si pensi, in particolare, all’urgenza di una simile alleanza nei fondamentali ambiti della scuola, del lavoro, della salute, della lotta alle varie forme di povertà e di emarginazione sociale.

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Il riferimento alle famiglie Rom di via Rubattino è evidente. Un fatto che ci ha resi antipatici a tutta l'Europa e che dovrebbe far vergognare coloro che lo hanno autorizzato. Ma questo non è il solo caso in cui l'Arcivescovo ha preso le difese dei più deboli, come fece due anni fa sempre per un campo nomadi smobilitato lungo la Milano-Laghi.
Lo stesso fondo di solidarietà Famiglia-Lavoro ne è una testimonianza e proprio oggi lo stesso Cardinale lo ha voluto incrementare con i soldi da lui ricevuti per un premio.

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