Alessandro Berteotti
- Benvenuti nel mio blog
- Non ho verità da regalare, se però pensi che dica cose sensate, dillo ai tuoi amici!
venerdì 7 gennaio 2011
l'Italia delle "a" accentate
lunedì 20 dicembre 2010
Meno risorse, meno civiltà
giovedì 5 agosto 2010
Una città deveicolarizzata
martedì 20 luglio 2010
Una mamma contro la Gelmini
Questo il senso delle prime parole con cui una donna, mamma e pedagoga, ha iniziato una lettera aperta al ministro Gelmini per confutare la tesi di questa, che aveva dichiarato di aver sospeso solo per pochi giorni la propria attività istituzionale dopo il parto e definendo di conseguenza un “privilegio” l’astensione che spetta invece al resto delle mamme lavoratrici.
La lettera mi ha colpito particolarmente, e prima di me aveva già colpito migliaia di persone che hanno avuto modo di leggerla e commentarla, per la serietà delle argomentazioni e per la fiera difesa dei diritti delle mamme e delle donne in generale.
Mia moglie non lavora, ma ha avuto tre figli, ed ho potuto apprezzare (senza oneri né per lo Stato né per l’eventuale datore di lavoro di mia moglie) come questi periodi siano stati particolarmente intensi dal punto di vista emotivo, sia mio che suo.
Ritengo, da maschio che non partorisce, ma segue tutta l’evoluzione del figlio dal concepimento a quando termina lo svezzamento, che sono tantissime le cose che accadono dentro la vita di una famiglia, determinate dalla nascita di un figlio.
Dagli stravolgimenti delle abitudini, dei tempi (soprattutto del riposo notturno), degli equilibri psicologici e di coppia, ma soprattutto di quanto sia intenso il legame fra madre e figlio in quel periodo.
Afferma in proposito Rosalinda Gianguzzi, autrice della lettera: “Basta guardare il regno animale per rendersi conto come le femmine di tutte le specie non si allontanano dai cuccioli e dedicano loro attenzione massima e cura FINO ALLO SVEZZAMENTO Non è una legge specifica relativa agli umani, ma della natura tutta. Procreare, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta di vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, A MAGGIOR RAGIONE CAMBIA LA VITA DI UNA DONNA”.
Ora, il ministro Gelmini, donna, può decidere che per lei sia più importante la sua carriera politica che la vita da madre, ma ciò non implica che lei abbia il diritto di dettare regole di vita e comportamentali a tutto il genere femminile.
Ed un altro passaggio intenso è dedicato proprio alla famiglia: “Sbaglia chi crede che l'arrivo di un figlio, non comporti cambiamenti nella propria vita. Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da togliersi, ma una scelta di servizio, di dono di se stessi e anche del proprio tempo. Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che dobbiamo cambiarla per renderla a loro misura. Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza autostima e con poca sicurezza di sé. Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data abbastanza nel momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi mesi di vita. L'idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad esempio tra un seno materno e un biberon della tata, è solo nostra. Ciò non vuol certo dire che tutti bambini allattati artificialmente o che tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei disadattati. Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene, come quando in gravidanza assumevamo l'acido folico, per prevenire la "spina bifida".
Ora mi chiedo: a che pro la Gemini ha potuto fare un’uscita di questo tenore? Per procacciarsi l’attenzione dei media, per dimostrare di essere capace di intendere al proprio compito pur avendo una famiglia da tirare avanti? Mi auguro e le auguro intensamente che lo abbia fatto soprattutto per questo secondo motivo, più di modo che di contenuto, altrimenti dovremo seriamente porre il problema di quanto possano valere le lotte di emancipazione delle donne, tese al riconoscimento dei loro diritti sociali ed economici.
Ma certo, di fronte ad una società che usa del corpo femminile in ogni contesto, per pubblicizzare un cemento edile, ad esempio, o di qualsiasi altro tipo che pure abbia come ricettore finale un uomo, o quel che ne resta, dobbiamo seriamente porci anche il problema dell’uso dell’immagine femminile.
E dovremo anche imparare ad avere una diversa dipendenza dal denaro, perché se una donna butta alle ortiche la propria femminilità, il proprio corpo, la propria maternità, questo ha un nome che riconduce alla professione più antica del mondo.
domenica 18 luglio 2010
Ciao Mino
Oggi molti lo ricordano per la sua passeggiata sui carboni ardenti di Domenica In; pochi ricordano la sua figura di giornalista cronista di guerra, inviato nei posti più pericolosi a parlarci di cosa era in quel momento la guerra per le persone che ne erano coinvole, in modo cortese.
Ma io lo ricordo per la trasmissione televisiva che mi ha fatto passare dalla fanciullezza all'adolescienza: Avventura. Oggi ripensavo a quanto cose mi sono rimaste addosso da quelle puntate, quanto di quello che sono oggi lo debba anche a lui. Chi mi conosce da molti anni sa quale sia la mia canzone preferita in assoluto: A Salty Dog dei Procol Harum, la sigla di chiusura di quel programma.
Immagino tutti sappiate cosa significa per un ragazzo di 14 anni avere una canzone preferita, una canzone di cui per anni non ho saputo nemmeno il titolo, ma quella canzone da allora fa parte del mio DNA.
E le immagini di In viaggio fra le stelle hanno fatto volare la mia fantasia, mi hanno fatto innammorare della scienza e della fantascienza, un'altra cosa che è parte essenziale della mia vita. No, io a Mino ho voluto bene da sempre, ma bene davvero. E gli sono grato per quello che lui mi ha donato.
Sì, lui non lo ha fatto per me direttamente, lo ha fatto per tutti quei ragazzi che come me avevano bisogno di avere un punto di riferimento, una certezza per attraversare l'adolescenza e diventare poi uomini adulti. E anche di sognare. Per questo ti saluto, Mino: ciao. Sei stato un grande, per me lo sei ancora e lo sarai per sempre.
sabato 17 luglio 2010
Intercettatemi, sono pulito. Una settimana dopo
In una settimana 350 persone si sono iscritte a questo gruppo di Facebook, al quale ho dato l'immagine di Roberto Saviano a rappresentare la sintesi di questo impegno e di questa trasparenza. Perchè? Saviano per me interpreta la coscienza civile che si oppone al silenzio, alla violenza, alla paura. Una cimice umana che entra nel tessuto della criminalità per descriverla e sconfiggerla, per fare conoscere ai cittadini in pantofole cosa accada appena fuori dal loro uscio di casa. Una persona che ha perso la sua libertà per donarla a tutti noi.
Proprio in questi ultimissimi giorni anche la prospera Lombardia ha scoperto di avere colonne di malavitosi calabresi dentro questa fetta di territorio, che ritenevamo sacra ed inviolata da tali attacchi. Possibile che però nessuno si sia chiesto come mai si sentivano nelle intercettazioni sui rifiuti della Campania le voci di imprenditori del Nord (in particolare gli accenti erano veneti e milanesi) definire i particolari raccapriccianti per lo sversamento in quella terra di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici? Perchè il Nord dovrebbe essere diverso dal Sud?
Durante questa settimana ho avuto modo di vivere una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Pur senza conoscere la maggior parte delle persone che si sono iscritte al gruppo, ho avuto da subito una sensazione di familiarità con loro, di consivisione profonda su quello che si stava facendo.
Prendere una decisione che tocca solo noi, senza rimandare ad altri, senza incaricare altri di fare una cosa che noi abbiamo a cuore, può essere provocatorio. Al punto da scatenare prese di posizione ostili proprio da chi non avresti mai creduto. Ho parlato con queste persone di Ministero della Paura, rifacendomi al personaggio di Antonio Albanese, interpretato a Che tempo che fa. Un personaggio talmente fantastico da risultare pefino reale. Non copio lo slogan di una compagnia di assicurazioni, è che il teatro dell'assurdo nel quale viviamo può portare a queste iperboli.
Abbiamo il coraggio di vivere una nuova Resistenza, per la libertà e la verità. Una lotta a tratti assurda, perchè trasversale, senza un fronte dove stare "al di quà o al di là". Un amico che diventa avversario (mai nemico), e un avversario che diventa amico.
Ma cosa pensano i nostri amici che si sono uniti in questa meravigliosa impresa? Riporto solo qualche commento, la versione integrale la lascio a chi fra voi è già su Facebook e vuole vedere tutti i commenti accedendo al gruppo "Intercettatemi, sono pulito".
Romina: intercettateci tutti per favore! forse vi farete un'idea di quanto è bello essere persone oneste e di cosa è fatta la vita quotidiana delle persone comuni!
Gabriella: come premio x aver presentato il gruppo e aver fatto iscrivere i miei amici voglio essere intercettata x prima!
Anna: si potrebbe usare come formula, ma non solo formale,nei giuramenti di tutte le cariche pubbliche... anzi si "dovrebbe"!
Angela: Fatelo... magari vi passo la lista della spesa!
Mariangela: Chi non teme non ha paura di essere intercettato...
Maria Grazia: Chiunque mi può intercettare: non ho problemi. Questa legge sulle intercettazioni e' un attentato alla libertà. Lo dice anche la Costituzione.
Come vedete, chi lascia messaggi sono in massima parte donne, ma ci sono anche maschietti, non dubitate. Di certo però le donne hanno meno problemi a dire ciò che pensano, si dovrebbe meditare anche su questo.
venerdì 25 giugno 2010
Il terribile pericolo della "lieve entità"
lunedì 21 giugno 2010
La paura dentro e fuori di noi
venerdì 28 maggio 2010
Marketing e Politica
martedì 25 maggio 2010
Uno spensierato giorno di sole
domenica 25 aprile 2010
Elio lo sapeva!
Che dal rispetto della tradizione...
Può nascere un gran partitone.
Là, nell'orto della speranza,
Non faremmo differenza tra nord e sud:
Noi saremo i nuovi Robin Hood
Della nazione.
Chi non la pensa così, come noi,
Non fa parte della Lega dell'amore
Che come simbolo ha il cuore della mamma.
Chi non ragiona così, come noi,
Farà i conti con la Lega dell'amore
Che è finanziata coi baci e con i sentimenti.
E lo statuto sta tutto in una sola riga, che dice:
“Gioia, fratellanza, cuore, amore, mamma, t'amo” e nulla più.
(Elio e Le Storie Tese, La Lega dell'Amore)
venerdì 12 febbraio 2010
La fragilità del giudizio
lunedì 11 gennaio 2010
Voglio correre il rischio di essere informato
Un esempio di informazione ansiogena è stata quella sull’influenza detta "suina", presentata come una tragicommedia in due atti. Atto primo: un diluvio di paginate e servizi televisivi sull’incubo della prevista pandemia. Atto secondo: una pioggerella di smentite ci ha fatto sapere che l’influenza non era più pandemica e neppure "suina", ma la solita di ogni autunno. Così la grancassa aveva diffuso l’allarme, poche righe l’hanno fatto rientrare, tra le proteste dei lettori, le spiegazioni impacciate dei virologi e i guadagni miliardari delle aziende che producono i vaccini".
Lo stesso silenzio ha coperto l’anno scorso molte crisi umanitarie. Veniamo a sapere dei milioni di bambini che muoiono di denutrizione e altri flagelli quando c’è un convegno della Fao che comunica le cifre, a malapena riprese dai giornali come è successo a novembre scorso.
Il rapporto annuale di Medici senza frontiere denuncia che i Governi hanno fermato gli aiuti nello Sri Lanka e nello Yemen, dove i conflitti armati sono aumentati nel 2009. Intanto sono diminuiti i fondi per contrastare l’Aids, la tubercolosi, la malaria; nel Sudan meridionale, nel Darfur, in Somalia i malati non hanno accesso alle cure.
A volte è la pubblicità a informarci meglio. Così è successo con l’appello "Magia nera", promosso dall’Associazione Amici dei bambini. Il bravo attore Silvio Orlando è apparso in efficaci spot televisivi a chiedere un aiuto per i bambini africani accusati di stregoneria e perciò abbandonati sulla strada. Di questa orrenda usanza non sapevamo niente, solo Benedetto XVI ne aveva parlato durante il suo viaggio in Angola, a maggio. All’appello di Orlando hanno risposto con un contributo più di 50 mila persone, finalmente informate.
Medici senza frontiere ha lanciato la campagna "Adotta una crisi dimenticata", rivolta ai media italiani affinché si interessino di ciò che succede al di là del nostro pollaio. Per non perdere di vista lo sfondo, che ci appartiene come tutto il resto".
lunedì 4 gennaio 2010
Essere o Avere?
domenica 20 dicembre 2009
MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Ottava
Guardiamo a Cristo
È richiesto un grande investimento educativo da parte di tutti. All’Angelus del 1° gennaio di quest’anno il Papa conclude con un’annotazione di particolare importanza: «Gesù Cristo non ha organizzato campagne contro la povertà, ma ha annunciato ai poveri il Vangelo, per un riscatto integrale dalla miseria morale e materiale. Lo stesso fa la Chiesa, con la sua opera incessante di evangelizzazione e promozione umana…».
È dunque a Cristo che dobbiamo guardare, come singole persone, come città di Milano, a lui che è il “buon samaritano” e che vuole continuare a essere presente e operante nella storia dell’umanità ferita e bisognosa di “cura” tramite la nostra mediazione.
Quella di Cristo è una presenza che ha i segni del Crocifisso, che sa attraversare le situazioni umane di fatica e di sofferenza assumendole, facendosene carico. Conserviamo la presenza del crocifisso, simbolo cristiano ma anche simbolo profondamente umano. Di fronte ad esso siamo tutti richiamati a interrogarci sul significato che hanno il soffrire e il morire, così come possiamo ritrovare la speranza per superare le situazioni di dolore e di morte. Ma il Crocifisso è risorto! Non limitiamoci a considerare il crocifisso come segno di un’identità. Dobbiamo passare dal simbolo alla realtà, alla realtà di Gesù Cristo morto e risorto e veniente, persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile. Conserviamolo questo simbolo, ma soprattutto viviamolo con umile, forte e gioiosa coerenza.
Concludiamo con una riflessione che sant’Ambrogio pone al termine del suo commento alla parabola del buon samaritano.
«Siccome nessuno è maggiormente prossimo di Colui che guarì le nostre ferite, amiamolo come Signore, ma amiamolo anche come prossimo; nulla è tanto prossimo quanto il Capo alle membra. Amiamo anche chi è imitatore di Cristo, amiamo chi ha compassione dell’altrui indigenza secondo l’unità che vige nel corpo. Non è la parentela che fa il prossimo, ma la misericordia» (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VII,84).
+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano
____________________________
Eccoci arrivati alla conclusione di questo percorso, di questa lunga, ma credo bella lettura che possa appassionare anche chi non sia cristiano o non sia credente, perchè le parole dell'Arcivescovo vanno oltre ogni limite religioso ed entrano con grande partecipazione nel quotidiano.
Alla fine del suo discorso il Cardinale Tettamanzi parla del Crocifisso, ne parla come simbolo e del suo significato (dobbiamo passare dal simbolo alla realtà), ancora una volta per farci comprendere che il vero significato di questo segno della cristianità è il suo messaggio universale: Amiamo anche chi è imitatore di Cristo, amiamo chi ha compassione dell’altrui indigenza.
Il 10 dicembre 2009 il Consiglio comunale di Busto Arsizio ha discusso per un'ora e mezza, dalla mezzanotte alle 1.30, circa la sentenza del Tribunale della Corte d'Europa per la rimozione del Crocifisso dai luoghi pubblici. Siamo in un clima di tale confusione, che si arriva a dire cose e compiere atti (per quello che ci ha portato la cronaca sulle decisioni prese da alcuni amministratori locali) che sfiorano la cialtroneria. Che tristezza.
Per guadagnarsi il consenso si arriverebbe a dire che la propria madre sia vergine.
Il Cardinale ci mette in guardia proprio da questo atteggiamento di superficialità, ci invita a vivere, testimoniare le parole di Cristo, invece di difendere unicamente i suoi simboli, cosa molto comoda che non comporta alcun impegno personale.
Chi ha avuto la pazienza di leggere il testo del Cardinale, più ancora che i miei commenti, risponda ora alla domanda: ma perchè Calderoli ha attaccato queste parole in modo così meschino e gratuito?
Penso che la migliore risposta sia che a distanza di un paio di settimane da questa polemica, la gente a malapena la ricorda, mettendola fra una delle tante sceneggiate della politica italiana di questi tempi.
sabato 19 dicembre 2009
MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Settima
DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009 TESTO LETTO DAL CARDINALE
Una conversione è possibile?In questo senso ripropongo la chiamata alla conversione, esattamente nella linea proposta da Benedetto XVI il 1° gennaio 2009 e – in termini ampi e dal valore profetico – nell’enciclica Caritas in veritate. Il Papa invita a vedere la crisi “come un banco di prova”, ponendo questi interrogativi:
«Siamo pronti a leggerla, nella sua complessità, quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro? Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante?».
Si esige un cambiamento radicale, lungimirante e teso al bene comune globale. Si esige una progettazione di ampio respiro, capace di andare oltre le risposte immediate ed effimere, capace di dare un volto nuovo alla nostra Città. Una progettazione che riguardi tutti i grandi capitoli della vita sociale.
La direzione tracciata è precisa: si tratta di favorire, diffondere e condividere modelli e stili di vita insieme profetici e praticabili, capaci di far crescere le virtù e le opere della sobrietà e della solidarietà: nell’ambito personale e interpersonale, in quello comunitario e istituzionale.
Si sta preparando la conclusione. Il Cardinale, dopo questa approfondita analisi, prepara la logica conversione nell'ottica che gli è più congeniale, quella del Pastore del Popolo di Dio: la converesione delle coscienze, l'attuazione di modelli di vita praticabili, una visione profetica ed innovativa della vita della comunità che deve affrontare prove sempre più difficili.
Se l'unica risposta sarà il perpetuare modelli che risultano già perdenti alla luce della Storia, non vi sarà possibilità di futuro. Essere pionieri significa fare qualcosa che nessuno ha ancora sperimentato, ovvero fare cose note in modi diversi e più stringenti alla realtà di un mondo in movimento.
Avviciniamo questa visione del Cardinale a quella di Darwin: nella linea dell'evoluzione non vince la specie più forte, ma quella che meglio impara ad adattarsi alle mutate condizioni. Essere cristiani non dà alcuna garanzia di sopravvivenza, nemmeno chiudendosi dentro la nostra Masada, come vorrebbe qualcuno. Dobbiamo invece imparare da ciò che la Natura ci ha insegnato, che forse è la massima e più vera impersonificazione dell'Altissimo.
venerdì 18 dicembre 2009
MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Sesta
In questa prospettiva Milano deve considerare le opportunità legate a Expo 2015. Lo stesso tema prescelto “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” offre un ambito dove la sobrietà, rettamente intesa, può essere un fattore determinante. La sfida di “nutrire il pianeta” – meglio dire, tutte le persone che vivono e vivranno sulla Terra – esige infatti un profondo ripensamento dell’uso delle risorse. Richiede intelligenza per escogitare forme nuove di uso e valorizzazione dei beni; pretende un salto di qualità nell’intendere in modo nuovo e solidale i legami tra le nazioni e l’interconnessione tra i diversi attori pubblici e privati della produzione e del mercato; spinge a impiegare energie per la ricerca agro-alimentare; comporta impegno per cercare modalità di dialogo e di scambio, di conoscenza e di risorse, per una crescita equilibrata e solidale del pianeta.
Ovviamente la realtà di Milano non può esaurirsi nell’avventura dell’Expo. La speranza è che questo evento possa far da traino per un ripensamento globale di Milano in termini innovativi, economicamente solidi e promettenti, aperti a una visione profondamente etica e responsabile.
Diventa inevitabile a questo punto interrogarci sulle concrete applicazioni quotidiane della sobrietà come via alla solidarietà nell’ambito della nostra Città, in riferimento, ad esempio, alle risorse pubbliche e al loro impiego.
Milano è spesso etichettata come città “del fare”. La sobrietà può rinverdire questo nobile appellativo: un “fare” che non deve riguardare solo la dimensione produttiva ma che vuole mirare ai risultati concreti a beneficio di tutti gli abitanti; un risultato che si raggiungerà eliminando tutto ciò che è superficiale, vuota apparenza, perdita di tempo e spreco di risorse. Non abbiamo forse la sensazione che si punti alla costruzione di campagne di comunicazione e di immagine, nascondendo la consistenza reale dei problemi, più che alla soluzione dei problemi stessi e all’offerta di servizi efficienti e per tutti? Sono convinto che chi per vocazione, per lavoro, per servizio, per mandato pubblico, per elezione è chiamato a operare per gli altri debba essere sobrio per incontrare realmente le donne e gli uomini nelle loro esigenze, per mettere al centro delle proprie attenzioni i problemi delle persone e delle famiglie e, quindi, per risolverli.
La festa di sant’Ambrogio può suonare come appello a un sussulto di moralità e spiritualità nei nostri stili di vita. La nostra Città è interessata – e lo sarà sempre più – da progetti di realizzazione di grandi opere che esigono ingenti quantità di denaro e per le quali sono possibili interferenze e infiltrazioni di criminalità organizzata. Divengono quindi ancora più urgenti da parte di tutti – e specialmente di chi ha maggiori responsabilità – il rispetto di norme semplici, chiare ed efficaci, il confronto con la coscienza morale, la rettitudine nell’agire, la gestione corretta del denaro pubblico.
In ambito ancor più personale, vivere secondo sobrietà aiuta a verificarsi su quale sia la vera sorgente della felicità. Con uno stile di vita sobrio è facile smascherare l’illusione che la felicità provenga dal possesso delle cose, da un’esistenza condotta sempre “oltre il limite”. Troppe persone – e non solo i giovani – sembrano alla ricerca di uno “stato di ebbrezza permanente” da perseguire con eccessi (di sostanze stupefacenti, di alcool, di sensazioni ed emozioni forti) quasi per dimenticare quanto sia seria e impegnativa la vita, quasi per sfuggire alle proprie responsabilità, quasi per volersi sottrarre al compito di ricercare quella felicità duratura e profonda che deriva dalla piena e autentica realizzazione di sé. Questi stili di vita esaltano l’individualismo, corrono il rischio di distruggere i soggetti, allentano i legami sociali, indeboliscono la Città.Persone autenticamente felici, invece, portano un grande contributo alla costruzione di una Città migliore: la vera gioia, infatti, non presenta mai i tratti dell’egoismo bensì del dono di sé, scaturisce dalla ricerca del bene dell’altro. Se anzitutto i fedeli di questa Città – ed è il pastore, il Vescovo ad esprimersi così – vivranno con sempre maggiore coerenza il loro essere cristiani, la ricerca del bene dell’altro genererà un intreccio virtuoso che renderà Milano coesa, capace di curare e guarire le ferite dei suoi abitanti. Stili di vita personali virtuosi sprigionano la forza per rinnovare la Città.
mercoledì 16 dicembre 2009
MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Quinta
La sobrietà non è solo un valore personale e individuale, è anche un valore sociale, comunitario: coinvolge la Città come tale.
Una delle più frequenti obiezioni alla sobrietà va al cuore della questione: l’industria e il terziario tengono solo se ci sono consumi, il cui calo comporta il calo della produzione. Ora la sobrietà pare esigere una riduzione dei consumi e, se attuata, andrebbe contro lo sviluppo, divenendo fonte di gravi problemi a cominciare dalla disoccupazione. Dunque la sobrietà potrebbe apparire un valore estraneo per Milano! Sobrietà, però, non significa non consumare e non produrre. È piuttosto “utilizzare” non in un’ottica di spreco, bensì di saggio impiego, finalizzando così la produzione e i servizi ai veri bisogni dei singoli, per crescere nel benessere condiviso.
La sobrietà muove dalla consapevolezza che le risorse sono limitate e che vanno quindi ben utilizzate. Essa stimola l’intelligenza e la capacità di ciascuno perché sappia usare al meglio le opportunità che vengono offerte per il singolo e per gli altri, per l’intera umanità. La sobrietà non danneggia l’economia ma è a favore di una sua realizzazione sapiente perché mette al centro la persona e le sue esigenze più vere. È questo l’insegnamento della Chiesa riproposto nell’enciclica sociale Caritas in veritate.
martedì 15 dicembre 2009
MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte Quarta
Ed ora, proprio nel contesto di Milano chiamata a un supplemento di solidarietà, giungo a un’affermazione forse inattesa: quella riguardante la sobrietà. Sì, la nostra Milano, come tutte le città e forse ancor più delle altre, ha bisogno di sobrietà. Vorrei ricordare quanto dissi nell’omelia della S. Messa della notte dell’ultimo Natale in Duomo quando rivolsi un invito alla conversione: «C’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà, segno di giustizia prima ancora che di virtù».
A distanza di quasi un anno, sento di dover ripetere queste parole, invitando a recuperare la fatica e la gioia della sobrietà. La sobrietà è possibile, in essa c’è il segreto della vita buona e bella, anche se il cammino per arrivarvi è difficile e chiede che si cambi lo stile di vita. Con la sobrietà è in questione un “ritornare”, come se si fosse smarrita la strada. Ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione.
Soprattutto la sobrietà è questione di “giustizia”. Siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco, e anche nella nostra Città c’è chi sta molto bene, mentre sempre più aumenta il numero di chi fa più fatica. La sobrietà ci aiuta a costruire la giustizia, perché decide, sceglie e agisce secondo la giusta misura, e dunque sempre con l’attenzione vigilante ai diritti e doveri che si hanno nei riguardi sia di se stessi che degli altri, superando sempre eccessi e sprechi. In particolare la “giusta misura” nell’uso dei beni rende la sobrietà, da un lato nemica dell’avarizia, dall’altro amica della liberalità, ossia di una pronta disponibilità alla condivisione dei beni. Questa stretta connessione tra la sobrietà e la giustizia ci aiuta a comprendere come la sobrietà sia una via privilegiata che ci conduce alla solidarietà. Solo chi è sobrio può essere veramente solidale. Infatti la sobrietà crea gli spazi: nella mente, nel cuore, nella vita, nella nostra casa… La sobrietà apre agli altri e ridimensiona l’importanza eccessiva che diamo a noi stessi; ci apre agli altri e in ogni cosa ci interpella a partire dal bisogno altrui.
lunedì 14 dicembre 2009
MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ - Parte terza
Milano è una città solidale?
La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? È difficile rispondere con poche parole.
Come ogni città, anche la nostra Milano è una città composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da “città nella città”. Non ha un aspetto unico ed è inevitabile che sia così per una metropoli moderna.
E se la solidarietà non è solo il dare episodico ma una tensione interiore che si esprime in comportamenti abituali e permanenti, si fa inevitabile la domanda se la nostra città sia veramente solidale con tutti i suoi abitanti.
Milano è solidale con i bambini e il loro futuro se, ad esempio, sono sufficienti gli asili nido, le scuole materne, i parchi gioco. La città è solidale con i ragazzi se sa dare loro, insieme a un’offerta scolastica qualificata, anche opportunità educative, culturali, ricreative, quali momenti significativi per prevenire il disagio.
La città è solidale con i giovani se sa farsi carico delle loro domande e delle loro tensioni, se sa ascoltarli e guardarli con stima, fiducia, amore sincero. Ma è solidarietà offrire ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro forme di impiego quasi sempre precarie, quasi a voler approfittare della loro condizione, sfruttando le loro necessità?
La solitudine poi di tante persone manifesta il bisogno di solidarietà. Sono sole tante famiglie, alle prese con il peso di conflitti e violenze nascoste, con il dramma della separazione, con i problemi economici, con la malattia di un congiunto; sono soli tanti anziani, senza relazioni significative e prospettive per il futuro; rischiano di essere soli gli immigrati, spesso confinati – per chiusura o per rifiuto sociale – dentro i propri gruppi etnici…
Ma Milano offre anche molti esempi di autentica solidarietà. Penso a tutti i lavoratori che compiono bene il proprio dovere, con dedizione e generosità. Non sono poche le persone che hanno come tratto distintivo della propria vita il volontariato e nelle associazioni caritative. Voglio qui menzionare in particolare – insieme ai benefattori – le centinaia di volontari impegnati nel “Fondo Famiglia-Lavoro”, non solo per distribuire contributi economici, ma soprattutto per ascoltare chi ha perso l’occupazione, studiare con loro soluzioni per tornare a essere produttivi.
Non mancano gli imprenditori che sfidano la crisi economica affrontando sacrifici pur di salvaguardare il posto di lavoro dei propri dipendenti e di non far mancare il sostentamento alle famiglie; i ricercatori che sono attivi per migliorare le cure con cui combattere la malattia. Non manca chi progetta con intelligenza gli spazi della città per innalzare la qualità della vita delle persone. Come non citare poi chi opera per migliorare le condizioni di vita degli immigrati, chi si impegna per offrire percorsi di autentica integrazione, per coniugare solidarietà e legalità? Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere.
Sono innumerevoli coloro che nella vita quotidiana tengono gli occhi aperti alle necessità degli altri: attenzioni che si concretizzano in piccoli gesti e segni di prossimità, ma che – considerati tutti insieme – portano uno straordinario beneficio a tantissime persone per il loro equilibrio, per il loro benessere, assorbendo tanta fatica che, altrimenti, appesantirebbe la vita di molte persone e della Città nel suo insieme. Senza questi “angeli” della quotidianità la vita a Milano sarebbe per tanti sicuramente più difficile.
In questa prospettiva va promossa con decisione una “nuova solidarietà” che assuma la forma di una vera e propria “alleanza” intesa come incontro, dialogo, scambio d’informazioni, condivisione di interventi, collaborazione corresponsabile tra le istituzioni pubbliche e le forze vive della società civile, ovviamente nel rispetto delle diverse competenze e nel segno di una reciproca fiducia: si pensi, in particolare, all’urgenza di una simile alleanza nei fondamentali ambiti della scuola, del lavoro, della salute, della lotta alle varie forme di povertà e di emarginazione sociale.
_________________________Il riferimento alle famiglie Rom di via Rubattino è evidente. Un fatto che ci ha resi antipatici a tutta l'Europa e che dovrebbe far vergognare coloro che lo hanno autorizzato. Ma questo non è il solo caso in cui l'Arcivescovo ha preso le difese dei più deboli, come fece due anni fa sempre per un campo nomadi smobilitato lungo la Milano-Laghi.
Lo stesso fondo di solidarietà Famiglia-Lavoro ne è una testimonianza e proprio oggi lo stesso Cardinale lo ha voluto incrementare con i soldi da lui ricevuti per un premio.