Alessandro Berteotti

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Non ho verità da regalare, se però pensi che dica cose sensate, dillo ai tuoi amici!
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giovedì 25 giugno 2009

Paghiamo continuamente multe all'Europa

La Commissione europea ha deciso di aprire una nuova procedura d'infrazione contro l'Italia per non essersi adeguata alla sentenza della Corte di Giustizia Ue che prevede l'equiparazione dell'età pensionabile tra uomini e donne nel settore pubblico (Fonte: Sole24Ore).
Ecco una dimostrazione che L'Unione Europea non è una cosa tanto pellegrina. L'Italia paga milioni di euro ogni giorno all'UE per le frequentissime infrazioni a cui siamo andati incontro in questi ultimi anni in tema di politiche agraria, giustizia, sicurezza, ambiente...
Abbiamo affrontato le ultime elezioni europee come se fossero un fatto interno, ed invece sono basilari per definire le politiche a livello comunitario, che rappresenta ormai la nostra "casa comune".
Paesi che non hanno firmato la Costituzione Europea hanno comunque un atteggiamento meno banale nei confronti di questa istituzione di quanto non abbia l'Italia, e credo che la resposnabilità di tutto questo sia in capo al Governo di Centrodestra che dal 2001, con una breve pausa di 19 mesi, guida la nostra nazione. Tra l'altro, proprio quei 19 mesi hanno rappresentato una felice parentesi europea, essendo calato il debito pubblico ed avendo assunto iniziative che, se fossero state portate a conclusione, avrebbero portato un notevole beneficio proprio in questo momento di crisi.
Purtroppo così non è stato...

mercoledì 10 giugno 2009

Gheddafi offende l'Italia e Berlusconi tace

Arriva il Colonnello Gheddafi e si presenta con l'immagine di un "eroe" libico anti italiano, tale Mukhtar, ucciso dai fascisti. Certamente un personaggio storico, una persona che ha combattuto per la libertà del suo popolo, come fu per tanti partigiani italiani durante la guerra di liberazione dal nazifascismo.
Però questo gesto fatto oggi mi mette un po' i brividi, per diversi motivi.
Primo: perchè come italiano del 2009 credo di non dover chiedere personalmente scusa a nessuno, men che meno ad uno che qualche anno fa ci tirava missili su Lampedusa (è vero, fu quasi una farsa, però ci ha provato).
Secondo: perchè la politica richiede modi e toni consoni alle circostanze, modi e toni che non sono propri di un colonnello libico che della libertà ne fa carta straccia al suo paese senza problemi da decenni, ed ora invece viene riverito dal nostro Governo! Vergogna!
Insegni democrazia e libertà al suo popolo, prima di venire da noi con certe pretese: se non fosse per le sue risorse energetiche, ce ne potremmo anche fregare di lui e della sua politica.
Ma qualcuno preferisce perdere la faccia. Una domanda alla Lega: ma questo Gheddafi non è un extracomunitario? Ed una al Popolo delle Libertà: ma questo non è uno sporco comunista come Putin? Ah no? Questi sono amici del Berlusca..... ah, già!
Italiani, aprite bene gli occhi per vedere che stiamo strisciando ai piedi di una persona che, qualche anno fa, avremmo tranquillamente messo a giudizio per il caso Itavia o Lockerbee, per i MIG che si sono schiantati in Calabria o affondati nel mar Tirreno, portandosi dietro oltre 80 dei nostri connazionali.
Il mio orgoglio nazionale (ebbene sì, ne possiedo uno anch'io) mi fa dire che questa cosa mi mette il voltastomaco: un conto è essere in affari (con una buona dose di ipocrisia) con la Libia, un altro vendere la nostra dignità nazionale senza dire una sola parola.

giovedì 22 gennaio 2009

Cambiamento, la lezione di Obama

Dopo il giuramento di Obama tutti si aspettano grandi cose. Change, la parola più ripetuta, cambiamento. Ma il primo cambiamento dobbiamo averlo dentro di noi.
Ho sentito ed ho visto molte persone, anche politicamente lontane da Obama, auspicare questo cambiamento: se l'hanno fatto solo con la bocca e non col cuore lo scopriremo presto.
Il fatto è che anche loro lo sanno che come si è andati avanti nel mondo negli ultimi 25 anni (dalla crisi dell'impero sovietico ed il crollo del muro di Berlino ad oggi) non si potrà più continuare.
La crisi finanziaria, determinata dall'oggettiva assenza se non complicità del sistema dei tre garanti della finanza mondiale non ha più senso, e se in questo mondo manca la fiducia, manca tutto.
Anche ieri Moody's non ha mancato all'appello, demolendo il rating (la quotazione) della RBS, la Royal Bank of Scotland, solo quando l'evidenza dei fatti aveva già fatto dare il giudizio ai mercati finanziari. Non abbiamo più bisogno di yuppies d'assalto, di teste di cuoio della finanza che giostrano a velocità della luce sulle borse mondiali alla ricerca dell'affare del secolo da consumarsi nel tempo di un pranzo. Non serve al risparmiatore la vicinanza di un consulente bancario che fa esclusivamente l'interesse della banca e non dell'investitore.
Casi come Parmalat o Popolare di Lodi, coi furbetti del quartierino, non devono più accadere e non possono più essere tollerati dallo stesso sistema finanziario nazionale ed internazionale. Chi gioca sporco, via e vada in mano alla giustizia, che deve diventare più feroce nel perseguire i criminali finanziari.
Partiamo da qui col cambiamento, perchè ormai la gente capisce più cos'ha nel portafoglio che nel proprio cuore. Quando saremo pronti a tornare a sentirne il battito, ci potremo anche accorgere che la vita è meravigliosamente diversa.

mercoledì 21 gennaio 2009

Riflessioni sul discorso di Obama

Ora Obama è Presidente degli Stati Uniti a tutti gli effetti. Ora possiamo guardare a lui non come un simbolo, ma come una presenza vera. Vorrei qui riprendere alcuni passaggi del suo discorso di ieri per riflettere insieme a voi.
"... E' ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C'è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta ... Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapido. Ma America, sappilo: le affronteremo. Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia". Ecco un primo pensiero: il passaggio sulla crisi è posto all'inizio del suo discorso. Non minimizza, non allontana lo spettro per niente piacevole. Lo affronta a viso aperto. Confrontate questa posizione con quella del nostro Governo e in particolare quella di Berlusconi!
"Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure che si possano permettere, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo". Ed ecco quello che considero il passaggio centrale del discorso di Obama: il cambiamento. Politici stantii, li chiama lui, e farei fatica a trovare per loro un nome diverso. Cambiamento, con tutte le resistenze che questo termine si porta appresso, ma l'unica vera possibilità di superare questo momento. Responsabilità, perchè chi ha già sperperato non venga di nuovo promosso, ma punito. Severamente. Per restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo: chi più di noi ne ha bisogno?
"Perché noi sappiamo che il nostro retaggio "a patchwork" è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti...Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto...Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate...Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio". La parte conclusiva si rifà ai valori fondanti la società americana e tutta la cultura occidentale. Non rinnega il passato, ma guarda al futuro attraverso questi valori antichi. Le utlime parole sono forse troppo retoriche, ma di sicuro effetto: "E con gli occhi fissi sull'orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l'abbiamo consegnata intatta alle generazioni future".

venerdì 28 novembre 2008

Il dolore e la speranza

Prima di tutto oggi vorrei ricordare i morti negli attentati a Mumbay, la storica Bombay. Un ricordo all'italiano morto, ai nostri connazionali che lì hanno rischiato la vita, ai tanti cittadini indiani e stranieri che sono stati uccisi e feriti. Non solo per il fatto che chi è contro la pena di morte è contro ogni forma di omicidio, ma perchè mai nessuno sarà completamente libero nel mondo finchè la violenza sarà presente.
Questo attentato, come tutti gli attentati che si inseriscono nella scia del terrorismo, della "strategia della tensione" come la definivamo ai tempi delle Brigate Rosse nostrane, ha come finalità l'annientamento delle persone, spesso ignote all'attentatore, che colpisce nel mucchio, senza un obiettivo preciso, specifico, ma con lo scopo di costringere ad uno stato di prostrazione attraverso il terrore e l'orrore della morte.
Non appare nemmeno umana una logica di questo tipo, piuttosto demoniaca e depravante del senso della vita. Ci sentiamo inermi e spogli di fronte a questi atti che offendono l'umanità.
Se vivere e morire ha un senso, un completarsi di un ciclo naturale, morire in un attentato lascia un senso di incompletezza, di qualcosa di spezzato in modo brutale e innaturale.
Per questo il dolore per queste vite rapite è anche più forte, più grande la rabbia e lo sdegno, ed è giusto che questo sdegno venga manifestato, urlato, proclamato in modo non formale, non rituale. Perchè anche il dolore possa far nascere una nuova speranza.

giovedì 6 novembre 2008

La lezione americana

Ieri l'America ha eletto in Barack Obama il suo 44.mo Presidente, con una grande scelta di popolo, avendo vinto largamente sia per i grandi elettori che come numero di voti. Anche al Senato ora i Democratici hanno una schiacciante maggioranza, eppure questo non ha fatto perdere al candidato repubblicano McCain uno stile che i nostri politici non hanno e forse non hanno mai avuto. Almeno quelli degli ultimi 20 anni.
McCain ha riconsociuto la vittoria di Obama, con parole assolutamente sconosciute ai nostri politici: "Lui è il mio Presidente". I nostri quando perdono riescono solo ad essere ancora più acidi verso l'avversario, arrivano a rivendicare la vittoria per se anche quando non ce ne sono proprio i presupposti, ma soprattutto reclamano di essere sempre ascoltati quando sono all'opposizione, pretendono il silenzio dell'avversario quando sono al comando.
Non voglio fare giri di parole: sia Veltroni che Berlusconi mi hanno profondamente deluso nei loro atteggiamenti nelle rispettive sconfitte. In America chi perde se ne va, lascia il posto a chi meglio di lui può rappresentare le idee del partito. Una sconfitta è la dimsotrazione del proprio insuccesso, qualsiasi siano le condizioni in cui essa matura.
Ma ciò che mi ha veramente deluso è stata l'uscita odierna di Berlusconi: saluta Obama come un Presidente "giovane, bello e abbronzato". Abbronzato. Per non dire nero. Per non riconoscere che chi non è bianco, ricco e potente non può essere uomo di governo del mondo.
Quasi a reclamare per lui e per quelli come lui, più inclini all'acredine e all'attacco diretto, personale, perfino vile e meschino, sempre disposti a capovolgere la realtà per proporsi come l'unica verità sulla terra, per questi egli pretende di poter giudicare e sentenziare.
Perfidia che arriva a far passare come un complimento quello che il mondo percepisce come un vero e proprio insulto. No amici, mi dispiace, questa volta non posso tollerante e provare a capire le ragioni di chi ragione non ha. E' ora di smetterla di accettare queste posizioni, e anche voi che siete amici di un personaggio di questo calibro dovreste capire che non si fa la storia con queste posizioni, ma si scredita la propria nazione che ha ben altri valori e vuole persone che li sappiano rappresentare.
Questo è il momento di capire che il mondo cambia e può cambiare in tanti modi. Sicuramente anche i politici di centrosinistra devono capire che chi non troverà il coraggio di cambiare le proprie posizioni e guardare al futuro in modo diverso e meno conformista, senza dietrologie, legate alla storia recente o meno del nostro paese, è già fuori dal gioco. E questo vale per tutti.

lunedì 3 novembre 2008

La notte di Obama e McCain

Il mondo occidentale sa che questa notte l'America non voterà solo per il proprio Presidente, ma per le sorti del mondo nel prossimo decennio e forse anche più.
Se io fossi là, domani mattina voterei per Barak Obama, non solo perchè rappresenta il nuovo, per l'impatto d'immagine e perchè Democratico, ma perchè il mondo deve uscire da un tunnel dove l'hanno cacciato affaristi di pochi scrupoli, politici improvvisati, personaggi sempre in bilico tra affari e malavita.
Fu così anche nei decenni passati: chi ha molto potere alla fine rischia sempre di usarlo un po' male, ma soprattutto può commettere gravi abusi, forzare decisioni, manipolare l'informazione e la buonafede di una intera nazione. Bush è riuscito a fondere tutto queto in modo inquietante, e davvero l'intero globo non vede l'ora che la sua era finisca.
McCain rappresenta la continuità di questa linea, forse meno compromessa con determinate frange politiche estremiste, ma basta guardare alla vice che si è scelto il candidato repubblicano per avere più di un dubbio. Sembra essere uscita da una telenovela o da qualche spot pubblicitario: improvvida, incapace, arrogante, si è già dichiarata sconfitta dicendo che comunque si ricandiderà per le elezioni 2012. Ah, dimenticavo: soprattutto inesperta. Come può essere una persona così Governatore dell'Alaska? Eppure questa è la grandezza dell'America.
Questa potrebbe essere la settimana dei neri: per la prima volta un nero, Lewis Hamilton vince il mondiale di Formula Uno, per la prima volta un nero, Barak Obama può diventare Presidente degli Stati Uniti.
Cosa potrebbe rappresentare questo fatto? Essendo l'elezione del Presidente USA un evento mediatico di importanza planetaria, Barak potrebbe dare da subito il segnale di un cambiamento, di una svolta che il mondo attende da anni. Credo dall'11 settembre 2001.
Da allora non abbiamo avuto risposte alle domande del mondo, ma solo nuovi e più inquietanti scenari. Con l'elezione di Obama il mondo dimostrerà che cambiare si deve, ma se vince McCain dovremo tutti iniziare a temere ciò che Orwell diceva nel suo libro 1984.

domenica 12 ottobre 2008

I cori squadristi un insulto per tutto il Paese

Una volta si diceva cori da stadio. Ora non sappiamo più come definirli. Imbecilli? Troppo semplice.
Se non si riesce a comprendere quale sia il significato vero e profondo di questi gesti e di queste parole, forse - almeno sullo stretto ambito sportivo - ha senso, come suggerisce qualcuno dell'ambiente della Nazionale, il semplice gesto di ignorarli perchè "raglio d'asino non sale in cielo".
Per altri, e per me in particolare, toni di questo genere sono assolutamente incompatibili con lo sport e con la vita sociale e politica. Sempre di più si evidenzia la matrice politica di destra di questi idioti travesti da tifosi, facinorosi e violenti, che carattarizzano la propria azione di sostegno alle squadre di calcio. Finora si erano limitati alle partite delle proprie squadre, adesso sono arrivati alla Nazionale di calcio ed hanno manifestato la propria presenza in una partita internazionale, giocata in trasferta e vista anche da numerosi altri Paesi collegati.
A mio parere questo gesto è voluto, inserito in una strategia che vorrei definire "di contesto". Dopo le revisioni storiche sul fascismo, dopo le polemiche sui morti della Repubblica Sociale, quale migliore platea di un incontro di calcio a cui assistono milioni di spettatori in Italia per fare audience sul tema? Per poi ottenere giudizi di blanda condanna, che con l'andare del tempo si trasformano in sopportazione e quindi nella normalità della vita quotidiana.
Non può, chi governa, fare orecchie da mercante a queste situazioni: le minacce di Maroni fanno un po' sorridere, sembrano molto severe, ma rischiano di non essere più di un buffetto sulla guancia di chi, invece, vuole provocare situazioni da guerriglia e riproporre un copione antico. Criminale.

martedì 16 settembre 2008

Il sogno americano si sbriciola

Il sogno americano si sta lentamente sbriciolando, e a farne le spese saremo tutti. Non mi addentro in valutazioni tecniche e finanziarie, non è la mia materia e rischierei di dire cose sbagliate, ma mi limito ad analizzare gli effetti di quanto sta accadendo in queste settimane nelle Borse di tutto il mondo a seguito delle difficoltà economiche legate ai mutui americani.
Anche se, forse, dovremmo andare ancora più indietro nel tempo per capire cose successe con Enron e i casi di fallimento di alcune grandi società americane:
"Il fallimento di Enron è il più colossale crack della storia aziendale mondiale (IlSole24ore, 29-11-01).
Enron aveva un giro d'affari superiore ai 100 miliardi di dollari all'anno. Il gigante texano dell'energia Enron è crollato in poche settimane, distrutto da un management spregiudicato che ha truccato per anni i bilanci aziendali. ... il direttore finanziario era al tempo stesso azionista di innumerevoli società esterne che contribuivano a finanziare il gruppo... (la Repubblica, 30-11-01)".
Sette anni fa l'America dovette fare i conti con la corruzione, l'affarismo che attornia il mondo della politica, in altre parole visse la sua Tangentopoli.
Questo fatto ha causato, insieme al crollo delle torri gemelle, il più grande e violento choc nella coscienza americana, che però ebbe poco tempo per riflettere perchè gli avvenimenti della guerra con l'Afghanistan prima e con l'Iraq poi hanno concentrato di nuovo l'attenzione verso altri fatti.
Ma il male di fondo è rimasto, si è trascinato sommessamente fino a qualche mese fa, quando i problemi economici di Fanny Mae e Freddie Mac, i due colossi finanziari dei mutui americani, hanno cominciato a diventare di dominio pubblico.
Fannie Mae fu creata nel 1938 dopo il decennio della Grande Depressione: figlia del New Deal di Franklin Roosevelt, è la prima banca di natura semipubblica che ha per unico scopo l'erogazione di mutui-casa a "prezzi politici" controllati dal governo. Insieme con Freddie Mac, la sua istituzione gemella, queste due maxi-banche di credito fondiario sono state ora "statalizzate", cioè il Governo americano si è preso carico dei debiti di queste due banche. I loro prestiti valgono 5.200 miliardi di dollari. Per avere un'ordine di grandezza, quel volume di prestiti è pari al 58% dell'intero debito pubblico americano, il più grande del mondo.
Scrive oggi Guglielmo Zucconi (>>>vedi intero articolo<<<): "la Lehman Brothers, quarta banca d'affari americana, fallita, due settimane dopo il salvataggio governativo di Freddie Mac e Fannie Mae, la fine di Bear Stearns, di Merrill Lynch - la numero uno risucchiata dalla Bank of America - nell'assalto in atto al titano delle assicurazioni Aig, nella febbre che sta facendo rabbrividire marchi stellari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan, c'è semplicemente l'altra faccia del "sogno americano". L'incubo americano.
Il governo Bush, dopo avere contribuito a salvare la Bear Stearns promuovendo l'assorbimento e nazionalizzando, con nobile sprezzo dell'ideologia liberista, le due grande agenzie di mutui, è stata costretta a chiamarsi fuori".
Difficile dire se siamo di fronte ad una nuova crisi del '29, cosa probabile, ed ancora più difficile dire quando le cose potranno assestarsi. Questo ciclone rischia di trascinare con se ogni cosa e di fatto peserà enormemente sulla battaglia per la Presidenza degli Stati Uniti, lasciando una grandissima responsabilità in mano al vincitore.

venerdì 5 settembre 2008

Busto Arsizio alla deriva

Un amico ieri mi ha scritto dicendo che non mi occupo più di Busto Arsizio come quando iniziai a scrivere questo blog: in parte è vero, ma dalla ripresa di agosto dissi che mi sarei occupato anche di altri temi.
In questo momento, poi, il panorama della politica locale è così povero che mi resta anche diffiicile fare dei commenti che abbiano un senso e quindi un valore. Anche i giornali locali parlano dell'ovvio o poco più. Ogni tanto qualche giornalista, preso da chissà quale illuminazione, inizia a fare delle interviste "spericolate", ma quando si avvicina a qualche cosa di sensibile, di interessante, si ferma tutto.
Mi sono reso conto che leggendo di politica nazionale e di qualche fatto internazionale, si può meglio capire la realtà locale. Ad esempio, lo stretto legame tra Alitalia e Malpensa, il fatto che il Sindaco di Milano Letizia Moratti sia contro la cordata di Alitalia perchè i "suoi" aeroporti di Linate e Malpensa non sono compresi nella trattativa. O l'iniziativa di Berlusconi riguardo la Libia, che segue il corso dello sfruttamento delle risorse energetiche, come fece tempo fa con il suo "amico" Putin. Il quale a sua volta, lo ha messo in grosse difficoltà con la crisi in Georgia, e ben sappiamo quale arma di ricatto nei confronti dell'Europa costituiscano le risorse Siberiane.
Busto Arsizio è parte di una conurbazione, con Gallarate, Legnano, Castellanza e Valle Olona, che fa parte dell'Altomilanese (o basso varesotto), di cui Malpensa rappresenta forse il nodo più famoso nel contesto internazionale. Un territorio potenzialmente ancora ricco, ma anche specchio di una crisi che minaccia la nostra società, un territorio che non riesce ad uscire da una specie di atrofia imprenditoriale, ma soprattutto, svilito da una contrazione della capacità di interazione tra pubblico e privato dovuta alla crisi delle istituzioni locali.
Queste sono ormai diventate i satelliti di una serie di poteri, come scrivevo anche ieri, che non governano la città dei cittadini, ma solo la città degli interessi; il lungo isolamento della città dal contesto territoriale ne ha tagliato non solo le relazioni, ma anche il patrimonio di ricchezza di idee ed iniziative che nasce dal confronto di idee e dalla competizione evolutiva propositiva.
Busto Arsizio è l'unico comune in Lombardia che si fa i Piani di Zona per conto proprio, annullando il concetto di distretto dentro una città; a vantarsi di questo "merito" è proprio il nostro sindaco Farioli, operazione che mise a segno quando era consigliere regionale, obbedendo ad una logica protezionistica propria di questi poteri.
Proporre il BAFF nell'Italia degli oltre 3.000 festival di vario genere, vuol dire solo avere paura di restare ai margini di un sistema presenzialista: se ci sei, conti qualcosa, altrimenti 6-1-0.
E poi B.A.Book, B.A.Jazz, Rumba e Cha-Cha-Cha... soddisfano le voglie di pochi, non sono una presenza continuativa di una azione culturale sul territorio: si va a strapponi. Se un anno non si fa l'iniziativa, nessuno ne sente la mancanza.
Solo flash, per cercare di mettere a fuoco qualcosa che non sono ancora riuscito a cogliere fino in fondo, ma che percepisco come parte di questa realtà, come se fosse una ferita da cui sgorga continuamente un male profondo, culturale, antropologico, non intercettabile con i sensi, ma comunque presente e dirompente.
Ciò che negli anni '50 Giorgio Bocca scrisse di Vigevano: "Fare i soldi, per fare i soldi, per fare i soldi ... e non trovi una libreria a pagarla", oggi non vale più. Abbiamo perso quella spinta, non siamo noi motore, ma siamo traino di un carretto che inesorabilmente rallenta.
Questo blog mi ha costretto a pensare "ad alta voce", prima di tutto devo essere coerente con me stesso. E' anche questo un viaggio, una ricerca, è parte della vita e non è giusto sprecarla.
Vorrei anche ringraziare chi mi ha suggerito di leggere "La Deriva": in qualche modo, parla molto di noi.

mercoledì 20 agosto 2008

La crisi NATO-Russia mette in ginocchio la politica estera italiana

Durante le Olimpiadi dell'antichità, le guerre si fermavano. Oggi i fronti di guerra si aprono proprio con l'inizio delle Olimpiadi. Fortuna che siamo più civili di 2.500 anni fa...
Il fronte in Georgia sta aprendo una crisi gravissima tra NATO e Russia; proprio quella Russia di Putin, grande amico di Berlusconi, il quale ieri ha fatto una "amichevole" telefonata al suo corrispondente.
Begli amici che ha il Silvio! Già lo sapevamo, ma fuori dal gossip ed in termini stretti di politica internazionale, la posizione italiana diventa critica proprio per queste "amicizie". L'Italia è parte della NATO e dovrà fare la sua parte all'interno dell'alleanza, Chi crede che la nostra sia una posizione privilegiata, visti i rapporti con Putin, si sbaglia: qui non si tratta di organizzare vacanze per discutere su come spartirsi i proventi delle risorse energetiche naturali della grande Russia, ma di trovare il bandolo della matassa di una situazione da sempre in bilico in un territorio conteso e controverso, già teatro di gravi scontri e fatti tragici come quello della scuola di Beslan, in Ossezia, oggetto di un folle attacco terroristico che causò circa 500 morti.

giovedì 14 agosto 2008

La crisi in Ossezia è anche una nostra preoccupazione

Oggi parliamo di politica internazionale. Questo non accade in consiglio comunale e a mio parere è un grosso limite, dovuto al fatto che la Lega ha imposto alla nostra assise discussioni solo di problemi locali.
In questi giorni assistiamo ai drammatici fatti dell'Ossezia e della Georgia. La diplomazia internazionale ha tentato un intervento immediato, dettato anche dalla concomitanza dell'inizio della crisi con l'inaugurazione dei Giochi Olimpici.
Però questa crisi sta mettendo in luce alcuni aspetti estremamente importanti. Il primo è che gli Stati Uniti, ed in particolare la figura del Presidente Bush, non sono in grado di poter gestire questa crisi, malgrado la voce grossa fatta nelle ultime dichiarazioni. Il secondo è che l'Europa è il vero mediatore di questa situazione, anche grazie all'azione della Francia ed il terzo è che l'Italia, ed in particolare il Ministro Frattini, sono rimasti assenti da questo importantissimo frangente.
Ieri sera al telegiornale delle 20.00 di RaiUno, Frattini ha dichiarato di aver seguito la crisi dalle Maldive tramite i moderni mezzi di telecomunicazione: una giustificazione accettabile solo da chi ci vuole credere comunque. In realtà, la presenza fisica personale è fondamentale, sia per l'immagine che per la sostanza, per avere il supporto degli uffici e poter tenere efficacemente i contatti con gli interlocutori internazionali.
Il commento di Le Monde verso il Presidente Bush è maligno: "Mentre scambiava alcuni colpi in spiaggia con le ragazze della squadra americana di beach-volley alle Olimpiadi di Pechino, la Georgia - la migliore amica degli Stati Uniti nell'ex blocco dell'Est, salutata come 'faro della liberta' durante una visita del 2005 a Tbilisi - veniva schiacciata dalla Russia", si legge nel commento del giornale parigino. Se a Bush e Pechino sostituiamo Frattini e Maldive, l'equazione si risolve con lo stesso risultato.
La Georgia in argomento non è lo stato americano, ma un stato indipendente della ex URSS nel quale passa il più grande oleodotto russo, quindi ha una posizione strategica nello scacchiere delle energie mondiali. L'Europa dipende in buona parte dalle energie russe, basti ricordare il peso della crisi tra Russia ed Ucraina per il gas naturale negli ultimi due inverni e le minacce di quest'ultima di chiusura dei gasdotti.
L'Europa ha una grande occasione di diventare mediatore di questa crisi e di governare il futuro delle relazioni internazionali; per i prossimi sei mesi l'America non potrà essere incisiva sul piano internazionale, trovandosi nel momento delle elezioni del nuovo Presidente. Esserci è essenziale, restare in vacanza alle Maldive è demenziale. L'Italia e l'Europa dipendono dall'energia russa, ma devono riuscire a difendere la democrazia a tutti i costi, perchè il futuro a lungo termine dipende più dagli assetti politici che dallo sfruttamento dell'energia.

martedì 12 agosto 2008

Politica economica occidentale al capolinea?

Le cronache odierne ci raccontano ancora una storia di sofferenza economica per il nostro paese, con una inflazione che torna sopra il 4% dopo tredici anni. Ma leggendo bene, ci si rende conto che la crisi è quanto meno europea. I costi di produzione sono aumentati dal 6 al 10 per cento in Germania e Inghilterra: un segnale molto negativo.
Diventa allora importante capire chi e cosa determina questo momento, che non è più solo un frangente passeggero.
La crisi del petrolio è pesantissima per tutto il mondo occidentale, ed ad innalzarne il costo sono la speculazione internazionale e le richieste crescenti da parte dei paesi emergenti, India e Cina. In questi paesi le produzioni sono però in buona parte originate dai produttori occidentali, Nord Americani ed Europei. La Cina e l'India non hanno prodotti di grande esportazione verso l'Occidente; anche la Tata, azienda del settore auto compartecipata FIAT, non ha ancora mercato nè in Italia nè nel resto d'Europa. In India però vi è una concentrazione di cervelli impressionante, molte aziende multinazionali si affidano a centrali di servizi operanti in India, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni e tecnologie informatiche.
Se percorriamo questo ragionamento fino in fondo, otteniamo che il grande sviluppo di questa parte del mondo è stata voluta dal mondo occidentale, costantemente alla ricerca di mercati in grado di produrre a basso costo gli stessi prodotti che faremmo noi. Naturalmente le tecnologie sono state introdotte dalle nostre imprese, mentre le materie prime sono per lo più reperite in loco. Ecco quindi che anche la filiera della qualità ogni tanto denuncia qualche episodio di gravissima rilevanza, come nel caso dello scorso anno delle vernici al piombo usate per un notissimo modello di bambola, molto in voga anche tra le nostre bambine.
Chissà quanti e quali altri tipi di danno o inefficienza lamentano questi prodotti, ma non è questo l'argomento che volevo trattare. Restiamo nel tema economico: abbiamo espulso molte produzioni dal nostro paese per rincorrere il sogno di una maggiore competitività internazionale, costi produttivi più bassi, per tenere presso di noi la ricerca e sviluppo. Però poi si realizza la "fuga di cervelli" che spesso denuncia Piero Angela nelle sue trasmissioni, facendoci intendere che così perdiamo un capitale ed una ricchezza, anche solo potenziale, enorme.
Rispetto a quarant'anni fa, si è invertito il rapporto tra impiegati e operai, e questo anche perchè molte produzioni ormai sono fatte con macchinari che richiedono tecnici sulle linee produttive.
Però sulle impalcature edili, dove è impossibile esportare la produzione all'estero, importiamo mano d'opera straniera, per lo più extracomunitaria, troppo spesso non in regola e clandestina.
Nelle fonderie, ma anche nelle aziende meccaniche e chimiche, così come nel tessile e nei trasporti, sempre più vediamo persone extracomunitarie ricoprire soprattutto le mansioni più umili, faticose e pericolose, mentre noi siamo sempre più reticenti a lasciare che i nostri figli facciano un'esperienza lavorativa di questo tipo.
Queste persone ormai fanno parte del nostro tessuto civile, anche se continuiamo a tenerle ai margini della società, producono parte non indifferente del nostro PIL, il Prodotto interno lordo, quello che determina la nostra ricchezza. Chi oggi ha trent'anni di lavoro, molto probabilmente tra vent'anni dovrà dire grazie a queste persone se potrà continuare ad avere una pensione.
Non si può sintetizzare in poche righe un argomento così difficile, c0mplicato, complesso e delicato, ma mi piacerebbe avere una risposta da coloro che più di vent'anni fa iniziarono questo percorso verso l'industrializzazione dell'Estremo Oriente e contro l'immigrazione: oggi fareste ancora le stesse scelte, oppure questa corsa disperata al paese che lavora a prezzi sempre più bassi può ancora continuare senza una nuova forma di orientamento dell'economia globale?
La globalizzazione ed il capitalsmo sono definitivamente falliti e si può cominicare a ragionare in termini di società solidale e società a rete? Aspetto graditi commenti...

domenica 18 maggio 2008

Cina e Myanmar, catastrofe, aiuti e dittature


La domenica è il giorno laicamente e religiosamente consacrato al riposo, ma anche alla riflessione. Nel mio blog la domenica sarà dedicata a guardasi intorno, in Italia e nel mondo, alla ricerca di ciò che la settimana ci ha proposto come temi di attualità.

Ed oggi non possiamo fare a meno di pensare alle due catastrofi che in pochi giorni hanno colpito il territorio asiatico facendo un numero impressionante di morti.

In Myanmar, ex Birmania, le ultime fonti (Reuter) parlano di 133.000 morti, ma secondo funzionari britannici, l'attuale bilancio potrebbe già essere superiore a 200.000. La situazione permane grave causa le piogge monsoniche che continuano ad insistere sul delta dell'Irrawaddy e per il colera, che purtroppo è una malattia abituale.

Il vero problema però è dato dall'esercito, che governa incontrollato da 46 anni, e che continua ad insistere di essere in grado di gestire la distribuzione di aiuti, temendo che l'influenza degli stranieri possa indebolire il proprio potere. Come per i fatti dello scorso settembre, quando i monaci furono massacrati per il loro tentativo di ribellarsi al regime; ma la loro sfortuna è di non avere petrolio o altre ricchezze naturali, tali da convincere gli Stati occidentali ad essere meno accondiscendenti con i militari e più continui nella pressione politica verso questi stati.

In Cina la situazione è parimenti drammatica. Il peggior terremoto che abbia colpito la nazione negli ultimi 60 anni, un'altra catastrofe di almeno 100.000 morti, che potrebbero anche in questo caso diventare di più per le condizione geologiche instabili della zona, per il grappolo di scosse che ancora si stanno accanendo con una violenza terribile, per i pericoli derivanti dalle dighe danneggiate e per la lentezza dei soccorsi. Anche qui il regime non offre possibilità di interventi diretti stranieri e questo accade proprio nell'anno delle Olimpiadi.

Tra i due disastri la distanza è di meno di 2.000 chilometri, quasi a significare che su quelle povere popolazioni la catastrofe, seppure diversa nel tempo e nelle circostanze, abbia voluto colpire chi già vive nel dolore.

Per questo la nostra solidarietà non può mancare, né con il pensiero, né con l'azione concreta.

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