Alessandro Berteotti

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domenica 29 marzo 2009

Come riconoscere i sintomi dell'ictus

Ogni tanto ricevo richieste di partecipazione a catene di messaggi, più o meno stravaganti, alcuni puramente sentimentalistici. Oggi ne ho ricevuto uno particolare, a cui non dò seguito nel modo richiesto, portando altre persone a partecipare rilanciando poi ancora ad altre e formando così una catena di indirizzi mail a cui facilmente possono attingere "gli avvoltoi del web", i quali fanno soldi con le vostre e-mail.
Non sono medico, ma credo che vi siano delle fondate ragioni nel suo contenuto, per aiutare a riconoscere un ictus anche da parte di chi medico non è, e che potrebbe salvare delle vite umane. Nella parte di contenuto essa dice:

Un neurologo sostiene che se si riesce ad intervenire entro tre ore dall'attacco si può facilmente porvi rimedio. Il trucco è riconoscere per tempo l'ictus!
Occorre riuscire a diagnosticarlo e portare il paziente entro tre ore in terapia. Cosa che non è facile.
Nei prossimi 4 punti vi è il segreto per riconoscere se qualcuno ha avuto un ictus cerebrale:

1. Chiedete alla persona di sorridere (non ce la farà);
2. Chiedete alla persona di pronunciare una frase completa (esempio: oggi è una bella giornata) e non ce la farà;
3. Chiedete alla persona di alzare le braccia (non ce la farà o ci riuscirà solo parzialmente);
4. Chiedete alla persona di mostrarvi la lingua (se la lingua è gonfia o la muove solo lateralmente è un segno di allarme).

Nel caso si verifichino uno o più dei sovracitati punti chiamate immediatamente il pronto soccorso. Descrivete i sintomi della persona per telefono.

Ora chiedo a qualche medico di confermare queste indicazioni e, qualora questa sintomatologia risultasse corretta per la prevenzione degli ictus, vi prego di prenderne nota e di divulgarla ad amici e conoscenti in modo diretto e senza aderire a nessuna catena, che rende l'informazione priva di attendibilità.

sabato 28 marzo 2009

Una farmaceutica di Stato

In una cornice di partecipazione davvero imponente, si è svolta la Via Cruscis della zona IV (Rho, Saronno, Legnano e Busto Arsizio), presieduta dall'Arcivescovo Tettamanzi. Il breve discorso conclusivo dell'Arcivescovo ha ancora una volta sottolineato la necessità di intervenire con supporti solidaristici durante questa crisi, per dare sostegno alle famiglie dei lavoratori che perdono il posto di lavoro o si trovano in cassa integrazione o in mobilità.
In particolare, egli ha richiamato alla crisi della società di ricerca farmaceutica, specializzata in prodotti oncologici, di Nerviano. Solo la stupidità dell'uomo potrebbe lasciare andare in malora un centro di ricerca così altamente specializzato e dedicato alla soluzione di una problematica così importante ed invasiva per la nostra epoca.
Sconfiggere il cancro è una delle questioni che sento da quando sono nato, ma ancora non vedo arrivare a termine questa battaglia. Possibile che non esista la possibilità di creare dei cordoni di protezione in modo da distinguere tra la possibilità di una industria farmaceutica di sviluppare un medicinale e la necessità dell'umanità di avere cure efficaci a gravissime patologie che sono così drammaticamente inserite dentro il nostro vivere comune?
Arrivo ad un assurdo: possibile che non sia opportuno sviluppare una farmaceutica "di Stato", i cui proventi possano andare a sostenere i costi della sanità pubblica? So che sarebbe una cosa stravolgente e sconvolgente alcuni equilibri, ma dobbiamo pensare che questa crisi sta creando delle situazioni a cui non sarà possibile rispondere solo con ciò che conosciamo oggi.

lunedì 13 ottobre 2008

Degenti o utenti? Una Sanità economicamente sana può far morire i propri pazienti...

L'Ospedale, comunemente detto, o ASL è l'azienda più grande (ovvero che dà più occupazione) di Busto Arsizio. Non vi è alcuna altra azienda o ente, pubblico o privato, che occupi più di 2.000 persone.
Certo, molte delle persone occupate, siano medici, paramedici o ausiliari, inservienti o manutentori, provengono anche da altre città, principalmente della zona circostante.
Ma l'ospedale e la sua struttura di servizi esiste per un fine molto più nobile, che non è solo quello di dare occupazione a centinaia o migliaia di persone, ma di ospitare un numero altrettanto grande di pazienti nei vari reparti che lo compongono.
A Busto esistono sia il Pronto Soccorso, appena rifatto, che la rianimazione. Due reparti che notoriamente costituiscono una spina nel fianco degli amministratori perchè sono estremamente costosi, di difficile gestione, poco remunerativi e dove anche il più piccolo errore può essere fatale.
Ieri sera la trasmissione di Raitre Report ci ha mostrato un aspetto della sanità che non è vera e propria "malasanità", ma qualcosa di peggio. E' quando si considera la professione medica e l'essere di servizio in una struttura ospedaliera alla stregua di una catena di montaggio, dove i rapporti tra ammalato e personale sono puramente formali, privi di qualsiasi manifestazione di attenzione alla persona: in queti casi, qualcuno li definisce "informali" o, perfino, "professionali".
A mio parere un rapporto del genere non potrà mai essere informale e la professionalità si traduce in tasso di soddisfazione che i pazienti manifestano nei confronti di quel reparto o specialista che in esso vi opera.
Una volta si diceva che il prete, il medico e il maestro erano una missione: mai come oggi credo che questa frase debba essere rivalutata e riportata al giusto livello nei settori che ne vedono l'applicazione, la Chiesa, la Scuola e la Sanità.
Quella di ripersonalizzare l'ambiente ospadaliero sarà una delle battaglie più dure da portare avanti finchè si considererà la questione solo dal profilo economico e non da quello del valore della persona, della dignità dell'uomo e del malato.
Accade di sentirsi raccontare che alcuni medici non prescrivono più certi esami costosi perchè, sul finire dell'anno, le ASL non hanno più soldi per pagare gli esami. Se fosse vero, sarebbe veramente drammatico.
Se si va a prenotare un esame si corre il rischio di sentirsi proporre una data a 3, 4, 6 mesi ed oltre, magari per una diagnosi precoce. Allora ci si affida alle cliniche private, magari convenzionate, ed a Busto abbiamo centri diagnostici davvero in gamba. Ma perchè questo stesso servizio non può essere erogato costantemente e con tempi decenti dalla nostra stessa struttura?
Stesso discorso per quanto riguarda i ricoveri e la programmazione degli interventi.
Sono sicuro che gli operatori del servizio potranno raccontarci la questione dal loro punto di vista, dirci quali sono le loro attese, i loro timori (se ne hanno), perfino le loro frustrazioni di fronte ad una organizzazione che dovrebbe essere la più umana di tutta la società, ma che spesso rischia di essere semplicemente una organizzazione efficiente ed "economicamente" sana.

martedì 2 settembre 2008

Aboliamo l'ambrosia per legge

Se fosse un partito, avrebbe circa il 15% dei consensi, dalle nostre parti. E' il popolo dei soggetti allergici all'Ambrosia, pianta annuale che da metà agosto a metà settembre invade l'aria con un terribile polline, fortemente urticante (al microscopio ha la forma di un riccio di mare), estremamente piccolo (meno di 20 micron) e quindi in grado di intrufolarsi oltre le normali barriere delle vie respiratorie (naso, gola) fin giù nei bronchi, a causare non solo riniti allergiche, occhi lacrimanti e arrossati, ma anche, nei soggetti più esposti, casi di asma.
Da anni mi occupo di questo tema e ne parlo diffusamente anche nel mio sito, nelle pagine che vi invito a visitare. Anche le mie iniziative a livello di consiglio comunale hanno fatto rumore, anche se da qualche tempo ho smesso di stimolare l'azione del Comune di Busto Arsizio, in quanto mi sono fatto l'idea che questo, da solo, non basti.
Come l'ambrosia non conosce i confini delle città, delle provincie, delle regioni, e colpisce tutti indistintamente dalla loro fede religiosa, politica o calcistica, altrettanto non ha senso che il singolo Comune pulisca le proprie aree verdi e faccia tenere in ordine ai cittadini i fondi agricoli ed i piccoli appezzamenti, se poi non riesce a far pulire i bordi delle strade ad ANAS o le massicciate delle ferrovie a LeNord o Trenitalia. L'area della brughiera intorno a Malpensa da sola è una riserva enorme di piante di ambrosia, e questi fondi non sono manutenuti da nessuno.
Molti piccoli comuni non hanno nè i soldi nè le persone per sfalciare, e l'ordinanza regionale del 1999 in materia resta, in molti casi, lettera morta. Anche perchè qualche teoria recente afferma che sfalciare può non essere sufficiente, meglio qualche terapia più "chimica", culture di erbe che contrastano l'ambrosia o addirittura botte di calore per uccidere la pianta.
Comunque sia, le aree di influenza di questa pianta infestante ed a noi sconosciuta fino a mezzo secolo fa, si vanno allargando ad ogni stagione: ora è ampiamente segnalata, oltre che in provincia di Varese, da dove è iniziata la colonizzazione (a mio giudizio tramite Malpensa), a quelle di Milano, Bergamo, Pavia e Brescia, oltre che in Piemonte in ampie zone pedemontane.
Per fortuna, ora pare che anche la Rai, ne parli: un recente servizio di RaiTre è stato diffuso anche su RaiUno, segno di un allargamento dell'attenzione.
La ricaduta sulla popolazione è micidiale, anche perchè trattandosi di una invasione recente, non abbiamo alcuna forma naturale di difesa. Riempirsi di medicinali antistaminici non è piacevole, ma necessario a chi è allergico, e non tutti possono, per ragioni di lavoro o economiche, lasciare questo territorio per un mese, alla ricerca dell'aria esente da questo polline.
A questo punto, però, visto che disponiamo di un "facilitatore" al Governo in grado di risolvere tutti i problemi d'Italia e non solo, gli chiederei di fare una legge speciale che cancelli immediatamene l'Ambrosia dalla faccia del Nord. Chissà che non ci riesca come con i rifiuti di Napoli?

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